Farina nel nostro sacco

di Elisabetta Perkele Colautti

“E’ facile avere un’idea complicata. La cosa davvero molto, molto complicata è avere un’idea semplice”. Le parole dello scienziato statunitense Carver Mead sintetizzano bene l’idea promossa e sviluppata dal Comitato frazionale per i beni civici di San Marco nel Comune di Mereto di Tomba (Udine). E questo perché di comune accordo, gli abitanti, hanno deciso di riappropriarsi di cinque ettari di proprietà collettiva per produrre il pane. La base dell’alimentazione, apparentemente il più semplice dei cibi, ma che racchiude un significato antropologico profondo fatto di relazione e condivisione.

La proprietà collettiva si distingue da quella demaniale e da quella privata in quanto tutti – senza distinzioni – ne sono proprietari e il suo uso implica che ogni singolo cittadino venga coinvolto in maniera diretta nella sua gestione.

L’associazione Paîs di San Marc nasce ufficialmente nel maggio 2007 per formalizzare quella che era una pratica già ben affermata da molti anni: lo stare assieme e collaborare per realizzare iniziative a favore della comunità. A partire dall’anno scorso, grazie anche al supporto dell’amministrazione comunale, l’associazione fonda un Comitato per gestire i quindici campi derivanti dall’acquisizione dei beni collettivi. Ovviamente il primo passo è stabilire i punti cardine attorno a cui strutturare il progetto ed è qui che intervengono l’Università di Udine e i partner locali come il Mulino di Zoratto di Codroipo (uno dei pochi in Friuli che funziona ancora attraverso la mulinatura in pietra) e il forno locale, i quali danno un supporto essenziale nell’aiutare a capire come e cosa fare. Innanzitutto la riconversione delle produzioni: si decide di coltivare in rotazione frumento ed erba medica nel rispetto di quelli che sono i principi dell’agricoltura biologica, assecondando i ritmi che per millenni hanno regolato la Natura e che le esigenze di mercato hanno fatto scomparire.

raccolto-2013-9

Oltre alla dimensione ecologica (certamente rilevante) questo approccio permette di recuperare vecchie tradizioni e di produrre il bene più prezioso e che sta alla base della scelta di impegnarsi in un progetto così particolare: le relazioni. L’aspetto interessante è che questa esigenza di socialità, spiega Paola Fabello del Comitato San Marco, viene ampiamente condivisa da tutti i frazionisti che volontariamente dedicano il proprio tempo libero alla coltivazione dei terreni, “lavori talvolta pesanti e faticosi ma che grazie all’entusiasmo dello stare insieme vengono percepiti come un momento di felice convivialità“.

Tra i protagonisti ci sono anche tanti bambini a cui viene dato in questa maniera il privilegio di vivere in prima persona un aspetto peculiare della cultura locale che per secoli ha dettato i ritmi di vita della comunità e che la frenesia contemporanea rischiava di far dimenticare. Ovviamente dopo il lungo impegno c’è anche la soddisfazione del raccolto: nel 2013 sono stati ricavati sessanta quintali di frumento, trasformati in farina dall’antico mulino di Codroipo e successivamente in pane dal forno locale. Ancora una volta emerge il valore sociale di questo progetto: accettare di prenderne parte rappresentava un rischio che è stato accolto perché alla base esisteva un rapporto di fiducia reciproca che ha portato a credere nel valore di una filiera chiusa che ha visto come fruitore finale la comunità locale, attraverso le piccole botteghe che ad oggi vendono con grande successo il pane, richiestissimo proprio perché è il frutto dell’impegno di tutti. I proventi – come stabilito dallo Statuto – vengono utilizzati per realizzare progetti a sostegno dei soggetti più deboli e a supporto di iniziative di economia alternativa e poiché un contributo di rilievo nella produzione è stato dato dai più piccoli l’anno prossimo verrà costituito un Comitato Frazionale dei Bambini che avrà a disposizione una parte di budget che potranno gestire in autonomia.

L’interesse suscitato dall’iniziativa ha avuto un risvolto inaspettato: la nascita di una sinergia con il comune di Tramonti di Sotto. “La scintilla scatta in occasione del Forum Regionale sui Beni Comuni quando l’amministrazione comunale del paese della val Tramontina decide di presentare il proprio piano per risollevare le sorti di un’area depressa – racconta Guido, il fornaio tornato dall’Argentina perché convinto della necessità e validità dell’iniziativa – in cui lo spopolamento sta diventando una piaga inarrestabile”. Riportando il pane in zona dopo anni di assenza (da quando il panificio locale ha chiuso i battenti) si vuole cercare di creare un nuovo senso di appartenenza, nonostante il campanilismo che crea spesso attrito rendendo complicata ogni iniziativa.

farIl pane rappresenta ancora una volta uno strumento produttore di relazioni, sociali ma anche culturali, perché l’intento è di intitolare il prodotto finale a Jole de Cillia, partigiana nota con il nome di Paola, uccisa nella vicina Palcoda durante un rastrellamento nazifascista che ha portato alla fucilazione di altri dieci compagni. Grazie all’aiuto della provincia di Pordenone, dei comuni della Valle, dell’Asl 6 di Maniago e delle cooperative Agricole di Zoppola viene elaborato un progetto che prevede l’utilizzo di fondi derivanti dal pagamento delle multe da parte delle aziende con oltre quindici dipendenti che non assumono almeno una persona diversamente abile. Grazie ai 64.000 euro ottenuti, viene fatto rinascere il forno sociale attraverso l’acquisto di attrezzature (divenute proprietà della comunità).

La concessione dei fondi da parte della provincia di Pordenone è avvenuta a condizione che il forno sociale diventasse lo strumento attraverso cui creare servizi: il primo è la domiciliarità. In Val Tramontina ad andarsene sono soprattutto i giovani e spesso gli anziani rischiano di rimanere isolati, pertanto il giro di consegna quotidiano diventa anche l’occasione per una chiacchierata e per aiutare coloro che per tutta una serie di ragioni hanno difficoltà a muoversi in autonomia. La seconda condizione è l’assunzione di una persone con disabilità a tempo indeterminato e un’altra a tempo determinato entro il 2015. Quest’ultimo rappresenterà un aiuto sostanzioso durante la stagione estiva quando la valle si rianima grazie al turismo e gli emigranti che ritornano. In termini di sostenibilità economica il flusso di acquisti cade vertiginosamente in inverno, e ciò ha portato a trovare dei canali di vendita alternativa durante i mesi più freddi, per tanto sono stati coinvolti i Gruppi di acquisto solidale nell’area del pordenonese-udinese.

Come accade per il borgo di San Marco l’obiettivo è di fare comunità attraverso il pane cercando di stimolare le locali attività artigianali gastronomiche in particolare coinvolgendo la cooperativa del luogo che già produce ricotta e yogurt, gestire un’ampia area boschiva di circa duecento chilometri quadrati inutilizzati a causa dei frazionamenti delle eredità dei migranti e valorizzare le risorse idriche locali (tre bacini di raccolta d’acqua).

Fare comunità in queste aree non è sempre facile, il campanilismo e le poche opportunità per chi ci vive rappresentano un freno non sempre agevolmente superabile, tuttavia è con l’impegno e la voglia di chi è coinvolto che si sta innescando il cambiamento.

Foto tratta da paisdisanmarc.it: “Festa della semina” (2012)

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