Buon lavoro

di Paolo Cacciari

Tre condizioni per un lavoro buono*

Le tipologie del lavoro sono molte, anche se la libertà lasciata alle singole persone di scegliere quale svolgere è sempre più limitata. Il totalitarismo del modo di produzione capitalistico impone una omogeneizzazione dei rapporti di lavoro. Tanto che oggi è persino difficile riuscire ad immaginare il lavoro se non come quel fattore che combinandosi con il capitale investito in macchinario lo rende produttivo; in sostanza, la forza lavoro salariata subordinata, dipendente, eteronoma e scambiabile con il denaro: il “lavoro astratto”, la merce forza lavoro, quella particolare forma storica alienata, separata dalla vita, come Karl Marx aveva ben evidenziato. Ma si tratta di una concezione tremendamente parziale, che esclude la possibilità di concepire il lavoro come attività che consente di essere utili a se stessi e agli altri, anche indipendentemente da un impiego retribuito. Pensiamo solo al lavoro domestico e di cura, all’agricoltura contadina, all’economia di sussistenza dei villaggi, all’autoproduzione, al mutuo aiuto, all’artigianato di prossimità, al volontariato, all’economia informale, alle relazioni di scambio basate sul dono e sulla reciprocità. Se vogliamo liberarci dalle gabbie del sistema produttivo e sociale esistente, dobbiamo quindi riuscire a ri-concepire la possibilità di svolgere un tipo di lavoro libero e cooperante, vitale e conviviale, orientato alla creazione di valori d’uso. Un lavoro completo, pieno, “intero”[235], che ricompone in sé i vari aspetti del fare.

Per Kumarappa nel lavoro ci sono due elementi ineliminabili: “L’elemento creativo, che fa lo sviluppo e la felicità delle persone, e la componente di fatica e di disagio”. La routine e il piacere devono alternarsi, altrimenti “la routine diventa fatica e il divertimento ozio. Il corpo umano ha bisogno di faticare. Un lavoro completo dà al nostro corpo energia e salute, come fa del resto un’alimentazione equilibrata”. Questo equilibrio si rompe quando interviene la violenza della divisione del lavoro attraverso l’uso delle macchine, concepite per concentrare il potere, centralizzare e standardizzare la produzione. Quindi gli “astuti” tentano di ottenere il maggiore guadagno con il minore sforzo obbligando altri a lavorare per loro. Questo, secondo lo schema di Kumarappa, è lo “stadio della produzione predatoria”. I lavoratori diventano “una specie di mano, mentre testa e cuore vengono poco utilizzati”[236].

Ma mani, cervello e tempo non sono pinze, calcolatori e orologi marcatempo: sono abilità, pensiero, sentimenti, vita. Scriveva Tolstoj in Resurrezione (1899): “Per poter agire nella vita, tutti abbiamo bisogno di attribuire al nostro lavoro importanza e dignità”. Il lavoro può uscire da una dimensione esclusivamente individuale e privata e diventare un bene comune solo all’interno di un processo in cui assume alcune specificazioni qualitative. Ricordava Friedrich Schumacher che la funzione del lavoro è triplice: “Dare all’uomo un’opportunità di utilizzare e sviluppare le sue facoltà; metterlo in condizione di superare il suo egoismo unendosi ad altri in un’impresa comune; infine, produrre i beni e i servizi necessari a un’esistenza degna”[237]. Vediamo più in dettaglio queste tre condizioni.

1. Il lavoro è capace di dare soddisfazione a chi lo svolge, quindi, è parte costitutiva dell’autorealizzazione dell’essere umano. Il lavoro è inseparabile dalla vita. Per cui: “Il lavoro è una delle forme secondo le quali si manifesta il nostro essere”[238]. Il lavoro produce identità, prima che prodotti. Primo Levi ha scritto: “L’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità in terra”[239].

Per queste ragioni il lavoro può definirsi un bene solo se è fondato sulla dignità del lavoratore e inserito in un contesto sociale che preveda appagamento e gratificazione per chi lo svolge e nel quale il lavoro sia adeguato alle aspirazioni e alle capacità di ciascuno. Non è la produzione lo scopo del fare collettivo, ma il lavoro stesso, che contempla la dimensione creativa e quella relazionale in un insieme inscindibile. Il frutto del lavoro non può essere considerato più importante del lavoratore stesso. Il lavoro deve essere significativo di per sé, deve motivare le persone a dare il meglio di cui sono capaci, deve poter sviluppare
la propria personalità, deve generare gioia.

Il lavoro va umanizzato. Per contro, ammoniva Schumacher: “Organizzare il lavoro in modo che perda ogni significato, diventando noioso, degradante o una tortura per i nervi del lavoratore sarebbe poco meno che criminale”[240]. Esattamente quello che già nel 1955 Erich Fromm chiamava ‘robotismo’ della società moderna, ovvero la riduzione degli individui a mezzi di produzione. Come aveva scritto più recentemente Mario Alcano: “L’impossibilità di progettare il proprio futuro, condanna i lavoratori a essere soggetti ansiosi, angosciati, smarriti: soggetti la cui esistenza è deturpata dall’incertezza permanente cui sono soggetti”[241]. Il “lavoro buono”, invece, è quello che restituisce soddisfazione a chi lo compie bene. Nel lavoro dobbiamo poter applicare intelligenza e creatività; dal lavoro cerchiamo una “ricompensa emotiva”, come ricorda il più noto sociologo del lavoro americano Richard Sennett[242]. Se, per esempio, le condizioni dell’organizzazione tecnica del lavoro sono quelle prescritte dal contratto di lavoro Fiat a Pomigliano (gli addetti alle “linee a trazione meccanizzata con scopo di movimento continuo” sono costretti a lavorare per 40 ore settimanali, suddivise in 8 ore consecutive su 3 turni diversi nell’arco della settimana, più 150 ore di straordinario obbligatorio, con pause mensa quando capitano) è inevitabile che crescano avvilimento e frustrazione. Un passo di Simone Weil rende bene la differenza che passa tra il lavoro di fabbrica e quello condotto in condizioni di libertà:

Una giovane donna felice, incinta per la prima volta, che sta cucendo un corredino, pensa a cucire bene. Ma non dimentica nemmeno un momento il bambino che porta dentro di sé. Nello stesso momento, in qualche laboratorio carcerario, una condannata cuce pensando anche lei a cucire bene perché teme altrimenti di venire punita. Potremmo immaginare che le due donne facciano nello stesso momento lo stesso lavoro e che siano attente alla stessa difficoltà tecnica. E nondimeno esiste un abisso di differenza fra l’uno e l’altro lavoro. Tutto il problema sociale consiste nel far passare gli operai dall’una all’altra di queste situazioni[243].

Quando non c’è uno scopo intrinseco nel lavoro, ma esso è solo un mezzo di scambio monetario (tempo ed energia contro denaro), allora la sua ragione d’essere è traslata nel consumo. La morsa d’acciaio produzione/consumo si stringe ancor più intorno alla vita delle persone. Ancora una frase di Totaro: “Il mito produttivistico si travasa nel mito consumistico […] all’interno di una medesima ideologia che spinge l’umano nel circolo del produrre e del consumare. In questa situazione il lavoro si espone ad un cattivo destino, perché rimane vittima di una subordinazione strumentale di carattere complessivo, trascinando con sé l’intero vissuto personale”[244].

2. Il lavoro è sempre un’attività di cooperazione tra più individui. Il lavoro è un bene comune se viene svolto in una mutua, virtuosa, creativa, solidale e affettuosa collaborazione tra tutti coloro che in un modo o in un altro concorrono alla realizzazione dei prodotti, alla loro progettazione, alla loro distribuzione, al recupero e alla rigenerazione dei materiali in essi contenuti, fino al loro smaltimento post-consumo. Il lavoro continua a occupare lo spazio principale di socializzazione di gran parte degli individui: deve quindi esservi una disponibilità a condividerlo con altri.

Anche il lavoro autonomo di un singolo artigiano, in realtà, è sempre inserito in una lunga filiera di attività svolte da più persone: i fornitori delle materie prime e degli strumenti di lavoro, i trasportatori e così via. Le diverse mansioni, le molteplici abilità e competenze, sono tutte utili e vanno riconosciute nel concorrere a uno sforzo e a uno scopo comune dove l’apporto di ciascuno è ugualmente necessario. Il rapporto tra i diversi lavoratori, quindi, deve essere pear to pear, senza gerarchie di potere ma liberamente organizzato. Si apre qui tutto il vasto campo, teorico e pratico, delle forme di gestione basate sulla partecipazione dei lavoratori alle decisioni economiche e aziendali.

3. Il lavoro ha una funzione sociale e diventa un bene comune se è finalizzato alla produzione di beni e servizi capaci di soddisfare le necessità vitali degli individui, quindi autenticamente utili al miglioramento delle condizioni di vita su questo pianeta. Il consumo della merce prodotta non può essere considerato importante a prescindere dagli effetti che produce. La rivalutazione del lavoro passa attraverso l’orgoglio di produrre qualcosa di utile per la collettività nel rispetto della sostenibilità ecologica. Per costruire questo nuovo modo di intendere il lavoro occorre, da parte degli stessi lavoratori, una consapevolezza che è raggiungibile solo con il superamento della precarizzazione e la riconquista del significato globale del proprio lavoro, oggi parcellizzato, mistificato, estraniato dalla perdita di controllo e di potere sul processo produttivo. Scriveva Kumarappa: “Quando un produttore lavora per soddisfare i bisogni di una comunità, egli reagisce al senso dell’arte e della bellezza dell’acquirente. Questa interazione mentale tra produttore e cliente crea la cultura di una nazione. Invece […] realizzando un fossato invalicabile tra chi produce e chi consuma,
non ci può essere cultura”[245].

Fino a oggi, nell’opulenta società dei consumi, anche la relazione tra produttore e consumatore è stata sussunta nel processo produttivo per mezzo di una ben definita branca aziendale: il marketing. Il principale vettore della “cultura” nella civiltà dei consumi è la pubblicità, e il medium che relaziona senso comune e sistema produttivo è il marketing, attraverso la demoscopia. Così accade che l’immissione sul mercato di un prodotto/merce non è quasi mai determinata dai bisogni reali. Valgono le innumerevoli controprove fattuali: l’umanità ha bisogno di cibo, ma il mercato preferisce far produrre biocarburanti al settore agroindustriale; c’è bisogno di salvaguardare le risorse primarie, ma il mercato spinge a saccheggiarle; c’è bisogno di lavoro, ma il mercato privilegia tecnologie capital intensive che risparmiano occupazione. E così via. La logica del mercato è sensibile solo alla domanda solvibile e spinge verso la follia ambientale e l’ingiustizia sociale. Le attività lavorative devono far proprie ed essere orientate a risolvere le sfide epocali che l’umanità ha di fronte: la sostenibilità ambientale, la lotta alla povertà, l’equità e l’eguaglianza, prima di tutto, fra i generi.

Note
235 Wuppertal Institut, op. cit., pp. 291-301.
236 J. C. Kumarappa, Economia della permanenza, oggi disponibile in Economia di condivisione, “Quaderni Satyagraha”, pp. 51-66.
237 F. Schumacher, Piccolo è bello, Slow Food, 2010, p. 61.
238 F. Totaro (a cura di), op. cit., p. 319
239 P. Levi, La chiave a stella, citato da Marco Belpoliti, Elogio del lavoro manuale, in “La Stampa”, 10 gennaio 2009.
240 F. Schumacher, op. cit., p. 61.
241 M. Alcano, La società azienda e la biopolitica. Ipotesi per discutere di alternativa, in “Critica Marxista”, n. 6, 2010.
242 R. Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenza del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano, 2005; R. Sennet, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2010.
243 S. Weil, citata da R. Mancini, Il lavoro per l’uomo, “Aggiornamenti Sociali”,
n. 12, 2011.
244 F. Totaro, Lavoro ed equilibrio antropologico, in Il lavoro come questione di senso, Edizioni Universitarie Macerata, 2009, p. 314.

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* Questo articolo è un paragrafo tratto da Vie di fuga (Marotta&Cafiero), un saggio di Paolo Cacciari su crisi, beni comuni, lavoro, democrazia. Qui lo potete leggere nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro), chi è a Roma e preferisce la copia cartacea può scrivere invece a info@comune-info.net

FONTE: http://comune-info.net/2014/12/buon-lavoro/

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