Movimenti sociali e sinistre di governo

Nel ventesimo secolo, quasi la metà del pianeta è stata governata da burocrazie di sinistra che esercitavano il potere scollegate dalle classi sociali che dicevano di rappresentare. Mentre qualsiasi tentativo di auto-espressione autonoma dei lavoratori veniva annullato, le forme popolari di organizzazione sono state soppresse nel tentativo di vincere lo stato con le sue stesse armi. Oggi, nel contesto europeo, la possibile conquista del potere statale non è più vista dalle sinistre come il male necessario ma come un obiettivo strategico per mitigare l’impatto dell’assalto neoliberista al tessuto sociale. L’esperienza insegna però che dal punto di vista dei movimenti di base gli effetti di una vittoria elettorale – almeno in Grecia e Spagna oggi viene data per probabile – sarebbero molto ambigui. Per un verso, la vittoria potrebbe piegare l’equilibrio di potere e dare un po’ di ossigeno ai movimenti nel loro scontro con la dominazione capitalista; per l’altro, potrebbe accelerare l’inquietante tendenza alla cooptazione e all’assimilazione dei movimenti sociali nella logica della gestione statale. Per questo i movimenti più innovativi non cercano di riformare le strutture politiche ed economiche esistenti ma di costruire alternative dentro le migliaia di crepe del sistema attuale, cioè laddove i valori capitalisti non possono imporsi. Con una nota di Aldo Zanchetta

Students shout slogans during a protest on the final day of a three-day nationwide student strike against rising fees and educational cuts in Madrid

 di Theodoros Karyotis e Antonis Broumas 

“Per noi, il contenuto del progetto rivoluzionario è che la gente giunga a essere capace di prendere le questioni sociali nelle proprie mani e l’unica via per realizzarlo é che la gente vada prendendo ogni giorno di più i problemi sociali nelle proprie mani”

Cornelius Castoriadis (1979)

 

“Quello che prende forma è una società diversa: l’obbiettivo è il potere, non lo stato, ovvero organizzarsi come i poteri di una società diversa”

Raűl Zibechi (2010)

 

Oggigiorno, l’antagonismo sociale opera con modalità da guerra. La dominazione capitalista risolve le sue contraddizioni, non più concedendo alcuni diritti e privilegi agli oppressi, come ha fatto in passato, bensì imponendo uno stato di eccezione permanente, dove tutte le misure di ingegneria sociale vengono giustificate e tutte le proteste vengono percepite come un inizio di ostilità. Giungere a un nuovo equilibrio continua ad essere un obbiettivo; e questo obbiettivo sarà possibile solo con il contropotere sociale al centro della scena politica.

In questo contesto storico-sociale, emerge in Europa la possibilità di un governo di sinistra, con la coalizione delle sinistre di Syriza in Grecia e con l’ultimo arrivato Podemos in Spagna come avanguardie, in risposta alla prospettiva dell’autoritarismo neoliberista consolidato su basi nazionali.

I periodi di crisi sono momenti di antagonismo sociale, nei quali le posizioni delle forze sociali che protestano vengono frantumate. Nella crisi attuale, i movimenti sociali autonomi emergono dalle contraddizioni del capitalismo moderno come i principali soggetti collettivi con la potenzialità di una trasformazione radicale e di un cambiamento sociale. Essi costituiscono l’opposizione principale alla dominazione capitalista nell’attuale scontro sociale e ogni conflitto all’interno dell’apparato dello stato e del governo è, essenzialmente, un riflesso del flusso e riflusso delle mobilitazioni sociali. Essendo coscienti che il nuovo mondo al quale aspiriamo può arrivare soltanto attraverso le lotte provenienti dalle basi, dobbiamo considerare seriamente la possibilità di un governo delle sinistre. Gli effetti di questa vittoria elettorale sarebbero ambigui per i movimenti di base, giacché, per un verso, questa vittoria potrebbe piegare l’equilibrio di potere e, pertanto, dare un po’ di ossigeno ai movimenti nel loro scontro con la dominazione capitalista, ma, per l’altro, potrebbe accelerare l’inquietante tendenza alla cooptazione e all’assimilazione dei movimenti sociali nella logica della gestione statale.

Burocrazia di sinistra e stato

 In teoria, la sinistra comunista si relaziona con lo stato in termini strumentali. La conquista dello stato borghese si presenta come un male necessario nel percorso verso il potere operaio. Questa visione, tuttavia, affonda – anche a puro livello teorico – in una serie di contraddizioni. Perfino nelle sue versioni più sofisticate non affronta il problema della relazione dialettica fra la burocrazia del partito di avanguardia e l’autonomia del mondo del lavoro, né la possibilità di realizzare una transizione verso una società ugualitaria, data tale disparità esistente fra i mezzi usati e le mete perseguite.

Ma nella prassi sociale, l’esperienza storica della relazione fra i partiti di sinistra e lo stato è ancor più complessa e contraddittoria. Nel ventesimo secolo, quasi la metà del pianeta è stata governata da burocrazie di sinistra che hanno esercitato il potere scollegate dalle classi sociali che dicevano di rappresentare. Nella maggioranza delle vittorie della sinistra – elettorali o di altro tipo – le forme popolari di organizzazione, fossero esse soviet, consigli dei lavoratori o assemblee, furono sommariamente soppresse dal potere centrale della nuova classe dirigente. Ma anche laddove non arrivarono a detenere il potere statale, le burocrazie di sinistra operarono come puri agenti di mediazione e delega del potere politico, invece di essere un’espressione del soggetto collettivo del movimento operaio. Nel tentativo di vincere lo stato borghese con le sua stesse armi, modellarono le loro strutture organizzative sugli elementi più reazionari e gerarchici dello stesso stato borghese, annullando, così, qualsiasi tentativo di auto-espressione autonoma dei lavoratori.

Tuttavia, molte cose sono cambiate dal momento dell’apogeo dei movimenti operai ad oggi. Nel contesto europeo, una possibile conquista del potere statale da parte di un partito delle sinistre non è più vista come il male necessario, ma come un obbiettivo strategico per mitigare l’impatto dell’assalto neoliberista sul tessuto sociale. Nella mitologia moderna delle sinistre, lo stato viene visto implicitamente come l’ultima frontiera della politica “reale”, contrapposta al crescente potere sociale del capitale; in questo modo, la critica dell’essenza borghese della natura del potere statale può venire ignorata. Questa concezione dello stato, sostenuta dalla maggioranza dei partiti di sinistra contemporanei, sta arretrando fino a posizioni antecedenti alla sinistra socialdemocratica, che almeno conservavano una connessione seppur minima con l’obbiettivo strategico della trasformazione sociale.

La strategia della salvezza sociale mediante la conquista del potere statale continua tuttavia ad apparire attraente ad una parte delle classi oppresse, che conservano ancora ricordi del welfare state di tipo nord-europeo e pensano alla mobilitazione collettiva come a un mezzo di pressione per strappare concessioni al principale agente della mediazione dell’antagonismo sociale, cioè lo Stato. Mentre per molta gente è una tentazione pensare oggi al welfare state del dopoguerra come all’unico mezzo significativo e effettivo di garantire diritti sociali ed economici per la maggioranza della popolazione, oggi è evidente, da una prospettiva storica, che quell’equilibrio non fu altro che un aggiustamento temporaneo, limitato nel suo contenuto, disegnato per rappacificare le classi lavoratrici che si andavano radicalizzando coi poteri post-coloniali e per evitare la minaccia sovietica.

Analogamente, le amministrazioni delle sinistre di oggi non si impegnano per rappresentare nella politica sistemica i soggetti sociali radicali emergenti, e neppure stanno tentando di potenziare l’emergere dal basso verso l’alto di condizioni nuove per la nostra esistenza comune, condizioni che oggi sono onnipresenti nelle mobilitazioni sociali che si susseguono in tutti i continenti. Invece di questo, quelle amministrazioni sostengono le aspettative della classe media vulnerabile di ritornare al welfare state del passato, dove la dominazione capitalista veniva esercitata ancora in termini di consenso sociale ed equilibrio di potere più che attraverso la cruda imposizione.

È comprensibile che la redistribuzione della ricchezza a favore delle classi medie e basse dell’ambizioso programma di Syriza stimoli l’immaginazione dei movimenti sociali europei; in fin dei conti, nel contesto presente, vi è un certo eroismo donchisciottesco nel neo-keysenismo di Syriza, contrapposto sullo scenario globale ad un neoliberismo onnivoro, che, oltre a saccheggiare il Sud Globale per decenni, ora distrugge la periferia europea e presto avanzerà verso il centro. Questo spiega le proporzioni quasi mitiche assunte dalla fama di Syriza fuori dalla Grecia e le forti aspettative create dalla crescita elettorale di questo partito. Questo contrasta con quelle dei suoi seguaci locali, i quali sanno assai bene che, sebbene possano conquistare il potere dello Stato, la capacità del partito di fare una riforma radicale sarà estremamente limitata.

Aggiungiamo che l’aspirazione di ritornare almeno a una tappa “umana” del capitalismo da parte delle classi medie non verrà realizzata. Lo stato-nazione contemporaneo è in preda a una severa crisi sia per le contraddizioni insite nelle sue istituzioni di rappresentanza come pure per l’espansione del potere sociale del capitale e dalle sue strutture non statali. Oggi, come mai prima, la conquista del potere statale non significa la conquista del potere sociale. Inoltre, il conflitto odierno si svolge fra il sempre più forte potere sociale del capitale e il contropotere sociale degli oppressi.

La radicale trasformazione sociale del domani non sarà un prodotto dello stato borghese e delle sue istituzioni rappresentative, bensì del rovesciamento delle istituzioni dello Stato e dell’emersione di strutture sociali di potere immanente alla società e inseparabili da essa. Date queste condizioni, la conquista dello stato borghese da parte di una amministrazione di sinistra può andare a detrimento dei movimenti autonomi se non aiuta a espandere questi spazi vitali di sviluppo del loro potere sociale contro il potere dello stato-nazione e contro il capitale internazionale.

Il nostro rifiuto della linea riformista difesa dai partiti di sinistra contemporanei non implica tuttavia un’adozione acritica della politica rivoluzionaria quale venne definita nel XX secolo. Nel tardo capitalismo del lavoro immateriale e frammentato, delle nuove forme di controllo mediante il debito e le tattiche della paura, dei centri di potere opachi e molto lontani dalla popolazione che essi governano, non c’è un Palazzo d’Inverno da assaltare, tantomeno ci sono possibilità di vincere il nemico in termini militari. Il quartiere, la strada e la piazza pubblica hanno di gran lunga sostituito la fabbrica come epicentro dell’antagonismo sociale e di classe. Riconcettualizzare la comunità, rompere l’isolamento sociale, creare strutture orizzontali e partecipative basate sull’uguaglianza, la solidarietà e il mutuo riconoscimento e costruire reti fra queste strutture sono atti sociali che oggi costituiscono la prassi rivoluzionaria.

Come sempre è accaduto, la vera trasformazione sociale radicale può essere solo il prodotto di una contrapposizione di un modo pre-esistente di esistenza sociale ampiamente diffuso con le strutture di dominazione e non le azioni di pochi illuminati che ridisegnano la società nell’interesse della maggioranza. Pertanto i movimenti sociali più innovativi non cercano di riformare le strutture politiche ed economiche esistenti, ma di costruire alternative dentro le migliaia di crepe del sistema attuale, cioè là dove i valori capitalisti non possono imporsi. Decidono la gestione collettiva dei beni comuni, attraverso la autogestione orizzontale delle comunita che emergono intorno ad essi, in opposizione all’atomizzazione del mercato capitalista e alla burocrazia dello Stato. In questo modo, costruiscono le condizioni materiali dell’autonomia politica, assicurando la riproduzione sociale che lo stato e il mercato non intendono più offrire e creano nuovi immaginari di cooperazione sociale per sostituirli ai valori dominanti di mobilità sociale individuale e di prosperità materiale.

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Movimenti autonomi e governi di sinistra

La tensione fra i movimenti autonomi e i governi di sinistra si è fatta evidente in Sudamerica nel decennio trascorso, con la ricomparsa della sinistra di orientamento statale nel subcontinente. La tradizione dell’autonomia in America Latina ha radici profonde, in gran parte grazie all’organizzazione politica dei popoli indigeni, il cui esempio più evidente –ma non il solo- sono gli Zapatisti; ma anche grazie alle pratiche di un certo numero di movimenti rurali o urbani le cui lotte non seguono il cammino tradizionale: i sem-terra in Brasile, le fabbriche recuperate o i piqueteros in Argentina, le guerre dell’acqua in Bolivia, etc.

Questi movimenti si sono fatti forti nel periodo dell’offensiva neoliberista, nel decennio scorso si sono dovuti scontrare con una serie di governi progressisti, che erano, a loro volta, il prodotto dell’ agitazione sociale causata da quella stessa offensiva: dalla modesta socialdemocrazia di Lula in Brasile e di Kirchner in Argentina, fino agli esperimenti di trasformazione politica radicale di Chávez in Venezuela.

Un primo ovvio risultato del predominio dei governi di sinistra è stato l’addolcimento (però non la completa scomparsa) delle tattiche repressive. Il ritiro dell’appoggio governativo all’insolente impunità dei latifondisti o alle organizzazioni paramilitari, la diminuzione dell’impiego della tortura e della carcerazione, ha segnato una grande differenza per quei movimenti che hanno pagato un prezzo molto alto di sangue a causa della loro politica.

Un altro aspetto positivo è stato l’arresto di molti progetti neoliberisti tanto spettacolari quanto distruttivi. Tuttavia, molti dei governi “progressisti”, in nome dello “sviluppo economico”, hanno recuperato questi piani grandiosi mascherati da “investimenti di interesse nazionale”. Il Venezuela, paese dove sotto il governo Chávez è fiorito un certo tipo di autonomia popolare, di certo costituisce un caso speciale all’interno di questo paradigma. Tuttavia, l’insistenza sui combustibili fossili quali motore della crescita economica spesso pesa sulla popolazione locale e indigena. È evidente che tutti i governi, sia di destra che di sinistra, continuano a essere legati all’immaginario capitalista di una crescita a qualsiasi prezzo.

In ogni modo, la minaccia maggiore rappresentata dai governi di sinistra per i movimenti di base è la perdita della propria autonomia. I governi di sinistra ammirano i movimenti sociali per i legami di solidarietà che costruiscono fra di loro, per la loro connessione con la società, per la loro immaginazione e creatività nel trovare soluzioni a problemi e, ciò che è più importante, per il grande cambiamento che possono realizzare con fondi scarsi o inesistenti. Con questo spirito, molti governi di sinistra latinoamericani hanno cercato di utilizzare i movimenti per realizzare politiche sociali, trasformando i più brillanti attivisti in burocrati, impiegando politiche assistenzialiste per rappacificare i settori radicali e conducendo una guerra occulta contro quei movimenti che non volevano allinearsi con la linea governativa, giungendo perfino ad accusarli di essere agenti delle forze di destra.

Attraverso questo tipo di politica “del bastone e della carota”, lo Stato non solo si potenzia grazie al dinamismo dei movimenti sociali, e questi ultimi si subordinano alle priorità dello Stato, perdendo il loro momento favorevole e spesso scomparendo. In Grecia si è sperimentata una situazione di questo tipo quando il “radicale” e socialdemocratico PASOK è arrivato al potere nel 1981, segnando la fine dell’effervescenza politica che aveva caratterizzato il periodo successivo alla transizione democratica del 1974, e assorbendo molti movimenti sociali all’interno del regime corporativo che aveva stabilito. Più o meno negli stessi anni, un caso simile si è visto in Spagna con il governo socialista di Felipe González.

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Movimenti contemporanei come soggetti collettivi per il cambiamento sociale

Al momento della scrittura di questo articolo, un lungo ciclo di mobilitazioni sociali sta toccando il fondo in Grecia e nel mondo, lasciandosi alle spalle una importante eredità di strutture che operano con forme di democrazia diretta (cooperative di lavoratori, assemblee locali, centri sociali, reti di solidarietà, movimenti di difesa dei beni comuni, esperienze di economia solidale), ma lascia anche una grande fatica e frustrazione poiché il programma di riforme neoliberiste si sta realizzando punto per punto malgrado i migliori sforzi –con un elevato costo personale- di innumerevoli attivisti sociali. A causa di questa frustrazione, è facile per i collettivi lasciarsi trascinare verso l’introspezione che favorisce la regressione di certe parti del movimento –già propense a queste pratiche- verso la ricerca della “purezza ideologica” e del soggetto rivoluzionario “reale”, una crociata che nel secolo XX ha già dimostrato essere un cammino senza ritorno verso l’insignificanza politica e il settarismo.

Questa frustrazione e la mancanza di una visione concreta di trasformazione sociale dal basso lasciano un vuoto che viene sfruttato dai partiti della sinistra parlamentare per rafforzare la logica della mediazione politica e per trasformarsi fondamentalmente in agenti del desiderio di cambiamento sociale. Ripetendo le pratiche del secolo XX, i partiti usano la loro posizione egemonica per appropriarsi del plusvalore politico della mobilitazione sociale e creano strutture di rappresentanza dentro ai movimenti, restringendo o marginalizzando le richieste che non si incastrano nella loro agenda politica e deviando così l’azione dei soggetti sociali verso il cammino parlamentare.

I movimenti orizzontali nascenti hanno certo di fronte un lungo percorso prima di poter riuscire a trascendere le congiunture locali e particolari, a collegarsi con un divenire politico più ampio e creare nuovi spazi politici in cui poter discutere e decidere assieme i termini della nostra comune esistenza –vale a dire, progredire dalla coesistenza alla cooperazione-. Malgrado siano una minoranza, però, i movimenti orizzontali e prefigurativi costituiscono oggi la principale forza antagonista a un sistema di dominazione che oggi sta raggiungendo rapidamente i suoi limiti sociali e ambientali.

I movimenti autonomi non sono orientati verso la presa del potere ma verso la sua dispersione: immaginano nuove istituzioni decentrate per il governo della vita sociale ed economica e per rimpiazzare la democrazia borghese, che è immersa in una profonda crisi strutturale di riproduzione sociale, rappresentanza politica e sostenibilità ecologica. Questo non impone la necessità di disporre di un programma ben definito di gestione del potere, ma la creazione di legami e istituzioni che possano permettere la sintesi dello specifico e del locale con il generale e l’universale. Le lotte per i beni comuni, per la conoscenza, la terra, l’acqua e la salute, si lasciano dietro un’eredità di istituzioni accessibili e partecipative, che possono costituire la colonna vertebrale di un nuovo tipo di potere: il potere delle persone e non dei rappresentanti.

Gli sforzi del comunitarismo libertario sono rivolti alla creazione di comunità politiche attive e all’impiego di istituzioni locali come bastione contro il capitalismo globale nonché come un campo appropriato per l’applicazione dei precetti della decrescita e dell’intervento locale. La promessa dell’autogestione del lavoro, delle cooperative di lavoratori e della produzione fra pari indicano un cammino dentro, contro e al di là dello stato e del mercato. In ogni caso, la nuova forza costituente sarà multiforme, riflettendo l’infinità di soggettività militanti generata dalla dominazione del capitale in tutti gli aspetti della vita sociale.

Certamente non c’è nulla di inevitabile nell’emergere di questo mondo nuovo, nessuna certezza teleologica che le cose accadranno in questo modo, così come le profezie deterministe del secolo XIX sull’avvento di una società libera non si sono realizzate. La lotta delle persone per prevalere sul dominio del capitale si svolgerà sul terreno contingente dell’antagonismo sociale, e dipenderà dalla loro determinazione a trasformare la frustrazione in creatività sociale per liberarsi da identità restrittive e da certezze ideologiche, per ignorare le promesse di mediazione e reinventare se stesse come soggetti sociali istituenti.

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Antonis Broumas è avvocato, ricercatore e attivista impegnato sull’interazione fra la legge, la tecnologia e la società. Participa a movimenti sociali che promuovono l’autonomia sociale e i beni comuni globali.

Theodoros Karyotis è un sociologo, traduttore e attivista che partecipa a movimenti sociali che promuovono l’autogestione, l’economia solidale e la difesa dei beni comuni. Scrive su autonomias.net.

 

La versione greca di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista politica Babylonia 

Fonte: Diagonal periodico
http://comune-info.net/2014/12/i-movimenti-sociali-sinistre-governo/

Traduzione di Aldo Zanchetta

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