Perché non si protesta più

La disintegrazione del tessuto sociale impedisce la canalizzazione dell’ira degli oppressi verso gli oppressori, placando il potenziale enorme potere di sovversione delle masse.

La frammentazione sociale è una patologia della nostra società che si sta aggravando sempre di più col passare del tempo. Con l’avvento del capitalismo su scala globale, questo fenomeno si è intensificato, mettendo a rischio il funzionamento dell’attuale sistema democratico già in crisi e la possibilità di una riscossa sociale proveniente dal basso.

La forza di tutti i movimenti sociali che hanno caratterizzato l’Ottocento e il Novecento era la forte coesione dei gruppi di protesta, uniti dalle difficoltà e dalle ingiustizie di tutti i giorni. La rabbia e la disperazione condivisa convergeva nella protesta, che poteva assumere varie forme, e che era rivolta verso il nemico comune. I presupposti per la rivolta sociale erano quindi fondamentalmente due: una ingiustizia comune e un senso di solidarietà tra le vittime dell’ingiustizia. Queste lotte hanno segnato la storia moderna. La crisi economica scoppiata nel 2008 che ha scosso l’Occidente ha ricreato, anche se in un contesto diverso, i presupposti per la rivolta sociale: la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro hanno raggiunto livelli altissimi, arrivare alla fine del mese diventa sempre più difficile per un numero crescente di persone, la politica non sembra più in grado di dare risposte ai bisogni reali della popolazione. Perchè gli oppressi non si ribellano più? Che cosa è cambiato rispetto al passato?

Secondo chi scrive, le ragioni sono tre. La prima è il cambiamento del mondo del lavoro. In Occidente, negli ultimi trent’anni, nei paesi cosiddetti sviluppati, il modo di produzione capitalistico ha subito cambiamenti radicali: il contenuto della produzione, con l’avvento della tecnologia, è diventato sempre più immateriale, grazie alla crescita del settore terziario. L’economia si è trasformata, attraverso un processo di finanziarizzazione e di globalizzazione senza precedenti. I flussi di merci, capitali e forza lavoro  sono accelerati esponenzialmente. Di conseguenza, come spiega bene Carlo Formenti in “Utopie letali”, “il corpo sociale esplode in un arcipelago di schegge individuali, che non sono in grado di percepire affinità e di costruire identità collettive”. La seconda ragione risiede nell’interiorizzazione di valori capitalistici che vengono percepiti ormai come naturali. La concorrenza, la competizione e l’individualismo si sono ormai infiltrati nel tessuto sociale, disintegrandolo da dentro. Infine, l’ultima ragione è la difficoltà per gli oppressi di identificare l’oppressore. La “finanza”, il “mercato”, sono termini astratti che spesso causano un senso di impotenza e di rassegnazione. L’individuazione dell’antagonista può avvenire soltanto attraverso la presa di coscienza da parte delle masse. Purtroppo, attraverso vari meccanismi, come, per esempio, la gestione dell’immigrazione e la manipolazione mediatica, gli oppressori sono in grado di divergere l’attenzione del popolo verso altri obbiettivi.

L’insieme di questi fattori risulta in un tessuto sociale composto ormai da atomi reciprocamente ostili tra di loro, incapaci di canalizzare la loro ira in un movimento sociale collettivo. Affinchè si ricreino i legami fondamentali alla base di ogni gruppo con un obbiettivo comune è necessario prima di tutto i membri di questo gruppo si rendano conto di chi sia il vero nemico; in seguito la creazione di luoghi di associazione e di scambio di idee porterà a un necessario movimento forte, organizzato e numeroso, in grado di scuotere un sistema apparentemente irreversibile.

FONTE: http://www.lintellettualedissidente.it/societa/perche-non-si-protesta-piu/

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