Regaliamo secoli di vita

NOF

di Marco Craviolatti*

Sarà la prolungata esperienza della malattia vissuta da bambino, sarà l’incredibile fortuna di una porta rimasta aperta che ha permesso di soccorrermi appena in tempo, sarà il miliziano sconosciuto che mi ha messo al riparo dietro un muro crivellato della ex Jugoslavia (in un bel giorno di primavera…): la finitezza della vita mi è sempre stata chiara, con l’imprevedibile incombenza del suo termine.

Tant’è che tra tutti i “vizi capitali”, il più subdolo e pericoloso l’ho presto indentificato nell’accidia: lasciarsi scorrere la vita addosso, senza sbagli e senza meriti, un imperdonabile spreco del raro tempo che ci è stato concesso. E l’accidia mascherata da dedizione lavorativa è una delle tentazioni peggiori, perché socialmente accettata e addirittura apprezzata, tanto da meritare commossi elogi funebri per “una vita interamente dedicata al lavoro”. Così quando è nato il primo figlio non ho avuto dubbi a ridurre il tempo dedicato al lavoro, che pur mi piaceva e qualcosa di utile alla società lo offriva; e con il secondo l’ho ridotto ancora un po’.

Precisiamo: nella grande varietà di professioni che ci circondano, è impossibile generalizzare una retta via di equilibrio con la vita extra-lavorativa. Alcune persone sono così brave o fortunate o coraggiose da realizzare le proprie vocazioni nel “mestiere” (che infatti deriva dall’impegnativo “ministerium” latino), a cui offrono proficuamente gran parte della propria esistenza… e nessuno si sognerebbe di dire a Gino Strada che lavora “troppo”.

JJJ

Ma tutti gli altri? Nella scala di valore e senso che corre tra il lavoro di Gino Strada e quello di Ugo Fantozzi, temo che una larga parte degli occupati si collochi più vicino al povero ragioniere. E non si tratta certo di una scala di prestigio o di reddito, giacché molte delle attività più utili alla società sono anche quelle meno ambite o meno retribuite (agricoltori, insegnanti, netturbini, artisti indipendenti, ricercatori precari…), mentre si moltiplicano i venditori di fumo, magari nobilitati da inglesismi d’accatto.

Quanti tra noi più-Fantozzi-che-Strada fanno del proprio lavoro la dimensione prevalente o esclusiva dell’esistenza, accantonando relazioni, aspirazioni, altre attività espressive di sé, ormai impossibilitati o incapaci di sottrarsi all’infernale meccanismo “produci, consuma, crepa”?

“Un essere null’altro desideroso che di consumare la maggior parte delle sue energie allo scopo di lavorare” (Erich Fromm) è il normo-tipo “a una dimensione” che serve al capitalismo per espandere senza limiti produzione e profitti.

Il tempo supplementare che i figli mi hanno regalato, sottraendolo a un’occupazione dignitosa ma non indispensabile, ha rafforzato la consapevolezza che l’”etica del lavoro” totalizzante (il lavoro che da mezzo diventa un fine in sé) determina un’immensa mutilazione collettiva di risorse personali e bisogni profondi. Tutte le risorse non utilizzate sul “mercato” del lavoro e tutti i bisogni non soddisfatti sul mercato dei beni e servizi. È stato dunque naturale osservare con simpatia le molteplici esperienze di downshifting, avanguardie consapevoli che riconducono il lavoro (retribuito) a “una tra molte” dimensioni personali, spesso con una contestuale riduzione dei consumi e l’adozione di stili di vita sostenibili e partecipativi.

Ma le avanguardie sono tali se innestano processi collettivi di cambiamento, se a beneficiare delle loro intuizioni possono arrivare anche quanti dispongono di meno competenze (professionali e intellettuali), relazioni e reti di protezione, risorse economiche di partenza. Altrimenti rimangono delle élite, apprezzabili riferimenti culturali, testimonianze preziose di valori e modelli alternativi, ma pur sempre delle élite, non esenti dal rischio di autocompiacersi e – qualche volta – disprezzare quanti non riescono a liberarsi delle proprie catene.

È un piacere impagabile sedersi nel verde con un libro e una birra fresca, assaporando il sole del pomeriggio, mentre i poveri frustrati che mal sopportano la scelta del part-time o dei congedi parentali sono auto-reclusi nelle grigie gabbie a cui vorrebbero costringere tutti. Ma dopo molte birre, molti pomeriggi, molto piacere, è giusto chiedersi cosa si può fare per spalancare quelle gabbie, renderle anche per altri un transito “leggero” (e utile), facilitare quanti da soli non riescono a sottrarvisi per vincoli contrattuali, abitudini radicate, difficoltà economiche…. In definitiva, cosa si può fare per condividere la birra, i piedi nell’erba, il sole sulla pelle.

Risposta tanto semplice quanto impegnativa: un progetto collettivo di redistribuzione e riduzione dei tempi di lavoro, che mobiliti sindacati, politica, movimenti, cultura. Le ragioni per avviarlo sono molteplici e forse la ricaduta occupazionale (lavorare meno, lavorare tutti) non è nemmeno la principale: una distribuzione più giusta dei benefici dell’evoluzione tecnologica, l’efficienza dell’attività economica, la parità di genere sul lavoro e nella famiglia, la de-mercificazione di molti bisogni, consegnati al lavoro “informale” e alle reti sociali.

Alla base di tutto, il prezioso tempo di vita, la risorsa più rara e democratica che esista: nemmeno Bill Gates può comprare un solo minuto in più per sé stesso… I risultati da conquistare non si misurano in euro, ma in anni, secoli, millenni. Se gli occupati italiani lavorassero anche una sola ora in meno a settimana (magari due per Ugo Fantozzi), ogni anno il tempo complessivamente “liberato” e riconsegnato alla responsabilità individuale sarebbe equivalente a più di… 100.000 anni!

Orsù al galoppo Cavalieri del Tempo, quale miglior missione che regalare millenni!

Marco Craviolatti è autore di E la borsa e la vita (Ediesse) di cui potete leggere la prefazione di Stefano Fassina: Il tempo e il lavoro.

FONTE: http://comune-info.net/2015/01/regalare-secoli-vita/

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