E se cominciassimo dagli Šcec?

s

di Martina Losardo

“The process of providing for people’s needs
in more sustainable ways requires a cultural
revolution”

(“Il processo per provvedere in maniera più sostenibile ai bisogni umani richiede una rivoluzione culturale”)

David Holmgren (“Principi e Percorsi oltre la Sostenibilità”)

L’architetto e inventore americano Buckminster Fuller una volta disse: “Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”. Questo è il mantra che Arcipelago Šcec ha deciso di perseguire, nella convinzione che possa esistere un modo per cambiare le cose che non implichi la competizione bensì la collaborazione.

Durante il “Week End di Ordinaria Transizione” a Panta Rei, “Centro di esperienze per l’educazione allo sviluppo sostenibile” nei pressi del lago Trasimeno, organizzato da Italia che Cambia il 29 e 30 Novembre 2014, ho avuto modo di partecipare ad un interessante incontro sul “Potere della Comunità” con Pierluigi Paoletti, uno dei fondatori e dell’Arcipelago.

Secondo Pierluigi la chiave per mettere in moto il cambiamento che molti di noi sentono oramai come assolutamente necessario sta nell’acquisizione di una “sovranità”: politica, monetaria, ambientale, alimentare, ma soprattutto personale (che poi le implica tutte).

L’Arcipelago è infatti una comunità di persone fortemente convinta del fatto che per cambiare quello che viene percepito come degradante, frustrante e insostenibile per l’umanità e per il pianeta c’è prima di tutto bisogno di un atto di consapevolezza: è necessario prendere coscienza della responsabilità che ognuno di noi ha nell’andamento del sistema-mondo, delle connessioni tra le nostre azioni quotidiane e le conseguenze geo-politiche globali, della necessità di una partecipazione attiva della cittadinanza nelle decisioni politiche della società.

Per attuare la responsabilizzazione necessaria al cambiamento l’Arcipelago ha deciso di partire dall’economia: non solo perché con la crescente “economizzazione” della società quello che prima era solo un aspetto, seppur essenziale, del vivere umano è diventato matrice di qualsiasi altro comportamento sociale, attraverso atteggiamenti di competizione ed accumulazione che sono ormai cifra di ogni relazione. Ma anche per ridare all’economia il ruolo che ovunque e da sempre le appartiene: un’istituzione sociale, creata dall’uomo e per l’uomo, atta ad una gestione più efficiente, localizzata e contestualizzata delle risorse necessarie per il sostentamento. Il termine “economia” infatti, dal greco óikos che significa “casa”, definisce le norme che regolano l’amministrazione dei beni e delle risorse necessarie alla sopravvivenza non solo del focolare domestico (primo e fondamentale nucleo di gestione economica) ma anche, in termini più ampli, del nostro Stato, del nostro habitat e, nelle visioni più sistemiche, del nostro pianeta.

Ogni cultura umana può essere definita “economica”, uscendo dal pregiudizio eurocentrico per cui il concetto di “economia” debba implicare necessariamente il sistema capitalistico. In realtà l’economia di una società è l’insieme delle soluzioni adottate per consentire la realizzazione del processo di produzione e riproduzione, e tale metodo è tanto più efficace quanto più si accorda al contesto socio-culturale e alle condizioni storiche, tecnologiche e ambientali di un luogo. Per questo l’applicazione pedissequa del modello capitalistico (che ha le sue radici storico-culturali nell’Europa occidentale) ai sistemi economici di tutto il mondo ha portato tanti scompensi ambientali e tante ingiustizie sociali.

Secondo il sociologo Luciano Gallino, pur essendo lo scopo ultimo dell’economia quello di provvedere alla sussistenza dell’uomo, negli ultimi decenni si è diffusa una “finanziarizzazione” della società, ovvero la convinzione che l’economia reale sia uno strumento al servizio della finanza (e non il contrario, come di fatto è), la cui ascesa garantirebbe automaticamente qualità della sussistenza (come di fatto non è). Questa idea ha portato ad un totale assoggettamento di ogni aspetto della vita sociale a fattori economici, ponendo “l’utile” come fine ultimo di qualsiasi azione e trascurando di conseguenza i veri bisogni dell’uomo: dalle necessità primarie, negate a tre quarti della popolazione mondiale, a quelle spirituali, legate ad una piena realizzazione di sé. Il fatto che, nonostante le evidenti carenze umane e sociali del sistema globale, la crescita economica non si sia mai arrestata è sintomo manifesto del fatto che progresso economico e benessere sociale non coincidono affatto.

Per questo in tutto il mondo associazioni e gruppi di liberi cittadini hanno deciso a vario titolo di agire in maniera solidale per porre di nuovo l’Essere Umano al centro. Tra queste c’è proprio “Arcipelago Šcec”, che per dare avvio a questo percorso di cambiamento ha deciso di agire sul mezzo principale utilizzato negli scambi economici odierni: la moneta. L’intenzione è quella di riportarla alla sua funzione originaria, un mezzo di scambio per l’appunto, invece di considerarla espressione del valore dell’agire umano se non della sua essenza stessa, come sembrerebbe essere al giorno d’oggi.

Lo Šcec non è una moneta alternativa, quanto più una sorta di sconto che si “aggancia” alla moneta corrente (nel nostro caso l’euro) per “costringerla” ad entrare ed alimentare circoli economicamente e socialmente virtuosi (locali, solidali, etici, ecc.). La differenza con un comune buono sconto è che puoi riutilizzarlo quante volte vuoi. In pratica lo Šcec è un sistema di regolazione interna della moneta che non genera inflazione, un modo per “allungare” il potere di acquisto dell’euro.

Ecco come funziona: gli Šcec vengono immessi e distribuiti gratuitamente dalla collettività e per la collettività (i membri dell’Arcipelago). Ciascun membro riceverà la stessa quantità di Šcec (dal “punto Šcec” più vicino a lui) e potrà spenderli in tutte le realtà economiche che fanno parte del circuito. Queste ultime attiveranno uno sconto (solitamente tra il 10 e il 30% del valore del prodotto) pagabile appunto in Šcec e valido solo per i membri dell’arcipelago. In pratica, se devo acquistare un bene o un servizio che costa 100 euro, potrei pagarlo con 70 euro e il corrispettivo di 30 euro in Šcec (per comodità il cambio tra Euro e Šcec è di 1:1). L’acquirente sarà perciò invogliato a comprare all’interno del circuito piuttosto che altrove.

Questo a sua volta invoglierà i commercianti o i fornitori di qualsiasi tipo di servizio a far parte dell’Arcipelago per fidelizzare in tal modo una parte della loro clientela. Essi stessi a loro volta, in quanto clienti, si ritroveranno con gli Šcec da utilizzare e si immetteranno perciò nel circuito economico anche come compratori.

La comunità che costituisce l’Arcipelago si divide in “Porti”, gruppi ristretti di persone localizzati geograficamente (paesi, borghi, quartieri) che hanno deciso di agire sul proprio territorio per migliorarlo aderendo al progetto come “fruitori” (soci che semplicemente utilizzano gli Šcec per comprare), come “accettatori” (aziende, professionisti, artigiani che offrono beni o servizi) o come “sostenitori” (soci ordinari, che possono essere fruitori o accettatori, che decidono di mettere a disposizione dell’Arcipelago anche il loro tempo, le loro competenze e le loro energie). I rappresentanti dei porti presenti in una medesima regione costituiscono il coordinamento di una “Isola territoriale”. I rappresentanti delle isole a loro volta compongono il Coordinamento Nazionale, che ha lo scopo di garantire uniformità di azione, comportamento e distribuzione degli Šcec.

Al momento l’Arcipelago è presente in 13 regioni italiane, è composto da 30.000 persone e coinvolge 4.000 aziende disposte ad accettare gli Šcec. Questo però non basta: oltre che sul consumo bisogna iniziare ad agire sulla produzione e sulla distribuzione. Il problema principale riscontrato nella creazione di un’economia alternativa virtuosa è infatti quello di agire sulla mentalità utilitaristica di commercianti e produttori. Per questo l’Arcipelago ha in cantiere un altro progetto legato al mondo economico, emblema e sintesi dell’associazione stessa: “Gli Empori di Territorio” e “Le Botteghe di Quartiere”.

L’Emporio è un supermercato in cui si trovano solo prodotti locali, forniti direttamente dai produttori e pagabili anche con gli Šcec. Sarà possibile comprare anche prodotti trasformati, frutto di un processo di formazione al lavoro che prevede la collaborazione con gli istituti scolastici locali, come ad esempio l’istituto agrario o alberghiero. L’Emporio inoltre venderebbe anche all’ingrosso applicando un calmiere, favorendo così l’economia locale invece di competere con i piccoli negozianti di zona.

Le Botteghe invece sono il corrispettivo dei piccoli negozi di alimentari, punti vendita dei prodotti trasformati negli Empori. Lo scopo è dunque quello di promuovere l’economia locale, favorire un’alimentazione sana ad un prezzo accessibile, salvaguardare le tradizioni enogastronomiche del territorio, incentivare un’educazione alla formazione professionale di tipo collaborativo, accorciare le filiere di produzione e distribuzione in modo da diminuire l’impatto ambientale.

Perché però persistere nell’utilizzo di definizioni che incarnano un sistema obsoleto che si vuol cambiare, come “buono sconto” o “supermercato”? Perché perseguire valori come il risparmio e il guadagno quando il senso dell’Arcipelago è proprio sovvertire tali concetti per ridare spazio a quei valori che davvero esprimono il potenziale umano?

Qui sta la peculiarità e a mio avviso la carta vincente dell’Arcipelago Šcec: finché continueremo a riferirci ad una ristretta minoranza che ha già la sensibilità per comprendere questa volontà di cambiamento e ha già intrapreso un percorso di transizione, non riusciremo mai a cambiare veramente le abitudini delle persone.

Il sociologo francese Pierre Bourdieu chiama “habitus” quell’insieme di disposizioni durevoli che definiscono i comportamenti abitudinari di un determinato gruppo sociale. In pratica sono quei comportamenti che tutti mettiamo in atto senza rifletterci su, perché li abbiamo incorporati fin dalla nascita attraverso i processi educativi e di inculturazione tipici della nostra cultura. Sono “strutturati”, perché li riceviamo per dati dal gruppo sociale che ci ha preceduto, e sono “strutturanti” perché siamo noi stessi a perpetuarli continuando ad agire in tal modo. Un forte scollamento tra passato e presente (quello che Bourdieu chiama “effetto di istèresi) può però rendere inadeguati i vecchi schemi cognitivi, pratici ed espressivi ed innescare un graduale cambiamento del paradigma culturale, modificando pian piano gli habitus che abbiamo ricevuto in eredità.

Tali cambiamenti partono sempre da un gruppo ristretto della società (e spesso marginalizzato economicamente, intellettualmente o politicamente), che, opponendosi ai valori e alle pratiche dominanti nel proprio gruppo sociale o nel paese in cui vive, elabora inconsciamente habitus diversi. E poiché queste nuove disposizioni non sono incorporate e non si accordano col “campo sociale” circostante, la sensazione di marginalizzazione è ancora più forte ed evidente. Ciononostante, il ritrovarsi parte di una stessa minoranza, voler condividere con “spiriti affini” idee e visioni comuni ed essere partecipi di un progetto comune sono la base della creazione di un movimento sociale, da dove nascono molti dei cambi paradigmatici che influenzano una società.

Secondo l’antropologo e permacultore statunitense Bob Randall si può però tentare di modificare questi habitus anche in maniera cosciente, veicolando perciò il cambiamento: per far sì che queste esperienze marginali si diffondano bisogna utilizzare strutture analogiche e metaforiche che la società mainstream abbia già incorporate, di modo che gradualmente le buone pratiche marginali diventino “habitus ecologici”.

È una tecnica di “comunicazione persuasiva” già utilizzata normalmente dai media, dalla politica e dalla pubblicità, per lasciar permeare a livello massivo alcuni concetti o prodotti che, in base ai valori vigenti, inizialmente non sarebbero mai stati accettati.

Un esempio potrebbe essere quello fatto da Fabio Pinzi, agronomo esperto di permacultura, durante un altro degli incontri tenutosi nel week end sopracitato. Riportando un ricordo dell’epoca di suo nonno, Fabio ci ha narrato come i consorzi agricoli, istruiti dalle case farmaceutiche, vendessero ai contadini fertilizzanti e pesticidi chimici definendoli “sale” e “acquetta”, attraverso una risemantizzazione che sottolineasse l’innocuità dei prodotti, occultandone allo stesso tempo origine e composizione.

Questo è quello che tenta di fare Arcipelago Šcec, in chiave ovviamente positiva: utilizzando un termine ben noto ai consumatori come quello di “sconto”, agganciato però indissolubilmente ad un circolo virtuoso di buone pratiche, spera di rendere tali pratiche usuali e prive di un carattere necessariamente contrastivo. D’altronde, come afferma Thomas Rochon, il cambiamento culturale, rispetto ad un preciso valore, giunge al suo compimento quando quel valore è diffuso nella società ad un tale livello da non essere più oggetto di discussione.

Molti potrebbero obiettare che rendere delle attività virtuose minoritarie alla portata di tutti, quindi “di moda”, può solo svilirle, svuotarle di significato ed infine lasciarle fagocitare dal sistema nel tentativo di renderle innocue. Sebbene ci sia del vero in questi timori, è necessario rendersi conto che, perché si produca un cambiamento pervasivo e duraturo, quella che deve cambiare è innanzitutto la mentalità alla base. Non importa tanto se le ragioni iniziali del cambiamento non sono quelle “giuste”: la modifica delle abitudini quotidiane porterà pian piano ad una rivoluzione culturale che coinvolgerà la mentalità collettiva e il sapere comune di tutta la società. Ma perché questo avvenga, perché i cambiamenti possano venir accettati, incorporati ed in seguito concettualizzati dalla maggior parte delle persone, è necessario ancorarli al frame culturale vigente.

Quindi ben venga parlare di supermercati, sconti e risparmi: definizioni già note permetteranno ai nuovi (o forse antichi) concetti che vi sottendono di permeare gradatamente negli habitus sociali, fino a diventare la nuova “normalità”.

Riferimenti bibliografici
Bourdieu P. 1995, “Ragioni pratiche”, Il Mulino
Gallino L. 2009, “Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia”, Einaudi
Haluza Delay R., Berezan R., “Permaculture in the city: Ecological Habitus and the Distributed Ecovillage”, in Lockyer J., Veteto J. 2013, Environmental Anthropology Engaging Ecotopia: Bioregionalism, Permaculture, and Ecovillages, Berghahn
Koensler A., Rossi A. (a cura di) 2012, “Comprendere il dissenso. Etnografia e antropologia dei movimenti sociali”, Morlacchi Editore
Pavanello M. 1992, “Sistemi Umani. Profilo di antropologia economica e di ecologia culturale”, CISU
Randall B. 2013, “Culture, Permaculture, and Experimental Anthropology in the Houston Foodshed”, in Lockyer, Veteto 2013, Environmental Anthropology Engaging Ecotopia: Bioregionalism, Permaculture, and Ecovillages, Berghahn
– See more at: http://www.italiachecambia.org/2015/01/nuova-economia-rivoluzione-culturale-arcipelago-scec/#more-9801

fonte: http://comune-info.net/2015/01/scec/

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