Riforma Popolari: “colpo di stato bancario”

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La Riforma delle Popolari, ultima trovata della rottamazione renziana, è un “colpo di stato bancario” che promette di sradicare le banche popolari dal territorio affinché “possano essere più vicine ai mercati internazionali”.

di – 27 gennaio 2015

L’accetta dell’implacabile rottamazione renziana colpisce ancora, impietosa. Nel mirino stavolta sono finite le banche popolari che in realtà il pericolo lo avevano fiutato da tempo. “Abbiamo troppi banchieri e facciamo poco credito” – ha chiosato il Premier – “Il nostro sistema bancario è solido, sano e serio. Ma ha bisogno di avere elementi di innovazione”. Dunque, secondo le ferree logiche rottamatrici, abolire il voto capitario (“una persona, un voto”), ossia l’identità delle Popolari da centocinquant’anni a questa parte, si chiama innovazione. Bruciare le radici è un modo per rinverdire la pianta. Ragionamento ineccepibile dalla logicità inoppugnabile. Poco importa se la riforma toccherà “solamente” le dieci maggiori banche popolari, quelle con un patrimonio superiore agli otto miliardi di euro, tre delle quali non quotate in borsa (Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari). Poco importa se l’obbligo di abbracciare il modello S.p.A. non tangerà le restanti 60 banche orbitanti nel sistema del credito popolare-cooperativo. Al di là delle parole di circostanza, il messaggio è chiaro: il voto capitario è inefficiente, o almeno lo è secondo i parametri dell’alta finanza e dei mercati.

E se è inefficiente non si vede perché, allora, la riforma non possa essere estesa, in futuro, a tutte le popolari e al credito cooperativo. D’altronde “bisogna fare in modo che le banche sul territorio siano all’altezza delle sfide europee e mondiali”, Renzi dixit. Perché delle banche che operano sul territorio debbano, poi, preoccuparsi delle sfide continentali e globali non è chiaro. È, in ogni caso, l’incontrovertibile logica della rottamazione , come si è già detto.
Non si tratta di santificare le banche locali che di storie torbide o di malagestione ne sanno, comunque, qualcosa (si pensi a Mps o a Carige). Tuttavia, i numeri e i dati, così amati dal managerialismo renziano, non giustificano questo “colpo di stato bancario” da “regime sudamericano”, come lo ha definito l’economista Giulio Sapelli riferendosi al controverso utilizzo del decreto legge. Gli studi di settore parlano chiaro: il credito popolare si è confermato di vitale importanza durante questi anni di credit crunch, aumentando i prestiti mentre tutti gli altri chiudevano i rubinetti della liquidità (la CGIA di Mestre parla di un’aumento dei crediti erogati da parte delle Popolari del 15.4% a fronte di una riduzione del 4.9% da parte delle banche registrate sottoforma di S.p.A.). Il “facciamo poco credito” non sembrerebbe, dunque, applicarsi alle popolari, bensì proprio alle banche “all’altezza delle sfide mondiali”.

Certo, la territorialità porta sempre con sé il rischio di clientelismo e di potentati locali, ma rappresenta un’argine contro l’accentramento di capitali che prelude sempre ad una finanza anonima, impersonale e sganciatà dalla realtà. Se il credito popolare tende alla frammentazione, rifuggendo ogni tentativo di “razionalizzazione” delle risorse, è perché la centralizzazione finanziaria è contraria alla sua natura. Una natura che è fatta di relazioni tra creditori e debitori che si conoscono e si fidano l’uno dell’altro. Una logica completamente diversa rispetto a quella delle banche “troppo grandi per fallire” (e per essere toccate da riforme di simile portata).
La verità è che la proprietà diffusa e il radicamento nel territorio sono un freno alla globalizzazione e, nel contesto europeo, all’accentramento economico pilotato da Bruxelles e Francoforte. La fretta con cui il Governo ha voluto liquidare un secolo e mezzo di storia è un indizio che dietro la manovra si cela la longa manus della Bce. Come affermato da Renzi, infatti, la riforma aprirebbe ad un processo di “consolidamento” in vista del “passaggio al regime regolatorio di supervisione europeo”. Effettivamente ai burocrati europei verrebbe molto più difficile controllare delle banche propriamente territoriali piuttosto che delle banche a vocazione internazionale. Come potrebbe un funzionario dell’Eurotower supervisionare i prestiti erogati al pescatore siciliano, al contadino laziale, all’imprenditore brianzolo? Perché, in barba ai bei discorsi sulla sussidiarietà e sul rispetto dei localismi, questo implica de facto il processo di integrazione bancaria europeo. Non occorre dilungarsi ulteriormente, per quanto rischino di essere cancellati centocinquant’anni di economia concreta. Il colpo di mano renziano si commenta da sé: “Le grandi Popolari sono costrette a diventare delle Spa che possano essere più vicine ai mercati internazionali. È un cambio veramente radicale rispetto al nostro sistema tradizionale”. È l’eutanasia delle Popolari: non più vicine al contadino, al pescatore e all’imprenditore, ma ai mercati internazionali.

FONTE: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/riforma-popolari-colpo-di-stato-bancario/

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