La cooperativa di comunità

di Marco Boschini*

Sono le sette di sera e all’abbassarsi dell’ultima serranda il borgo, praticamente, chiude. La gente si rintana nei propri mono o bi-locali, a seconda della posizione sociale occupata. Si mangia in fretta cibo di plastica avvolto in contenitori sempre più colorati e ingombranti. Si gettano le scarpe sotto al letto, o fuori dal balcone, il divano aspetta le sue prede che inermi si abbandonano alle prediche dell’imbonitore catodico. La comunità chiude, tra recinti di diffidenza, egoismi incrociati, antipolitica e disillusione. Ognuno pensa per sé e la società, tutta, muore inesorabilmente prosciugata.

La crescita infinita porta a questo, in fondo. Perché in gioco non c’è “soltanto” la distruzione del territorio e la sottrazione dei beni comuni, l’inquinamento e la perdita della biodiversità. In crisi entra un modello di comunità, di gente, persone, che non si parlano più. Che hanno smesso da tempo di condividere, occupare i luoghi e gli spazi pubblici.

I paesi muoiono per questo. Perché si spopolano, si snaturano, perdono quel legame invisibile ma solidissimo che per decenni ha garantito il sentirsi parte di qualcosa, un pezzo del tutto. Fino a non molti anni fa questo disagio sociale, collettivo, era diffuso nelle grandi città, soprattutto al Nord. Oggi, paradossalmente, la mancanza di comunità si consuma nei medi e piccoli centri, dove i luoghi comuni vedono invece paradisi in terra in cui tutti si conoscono e sostengono reciprocamente. Non è così, non più. Alle piazze piene di gente abbiamo sostituito telecamere e recinti, ai momenti conviviali regolamenti e ordinanze per garantire silenzio e disciplina. Ci lamentiamo del degrado urbano, senza accorgerci che lo stiamo alimentando con il nostro stile di vita e le nostre scelte che nel tempo si sono trasformare in non scelte. L’inerzia e l’ignavia sono le dame alla corte di questo sfacelo sociale.

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Ecco perché suonano come rivoluzionarie le parole di un sindaco di un piccolo borgo di 2.300 abitanti tra Lecce e Otranto, nella Grecia salentina, Melpignano (foto). Perché fermano il tempo, anzi, lo fanno girare al contrario. “Una comunità che esprime gioia è una comunità che ha il senso del futuro”. I suoi interventi in giro per l’Italia a raccontare il progetto, il sindaco Ivan Stomeo li conclude quasi sempre così. E in fondo la storia di questo borgo si riassume perfettamente in quello che non è solo uno slogan, ma un’allucinazione emotiva e uno scatto di ribellione pacifica nei confronti di un modello di società che esclude, toglie il fiato, impantana in un presente senza fine.

Melpignano è nota in Italia per il Festival popolare della “Notte della Taranta”, partorito nel 1998 dalla mente geniale dell’allora sindaco Sergio Blasi. Qui, ogni anno, da sedici anni, 300.000 mila persone arrivano da tutte le parti d’Italia per ballare e sudare la pizzica. Qui la raccolta differenziata viaggia a percentuali pazzesche, con uno strepitoso 72 per cento. Qui gli amministratori hanno rifatto tutta la pubblica illuminazione con sistemi a basso consumo energetico. Qui si sperimenta per la prima volta in Italia il voto elettronico, prove concrete di democrazia diretta.

“Le parole intorno alle quali ruota tutta l’azione dell’amministrazione sono tre: cultura, ambiente e solidarietà. Solo per fare un esempio, semplicemente rinunciando alle luminarie natalizie per qualche anno siamo riusciti a metter da parte risorse per la costruzione di un pozzo, di una scuola e di una chiesetta in un paese nella Repubblica democratica del Congo”. Muovere l’economia non sarà un’impresa, non per questa gente che pensa in grande: creare posti di lavoro, distribuire ricchezza, tagliare la bolletta energetica della comunità, inventandosi uno strumento mai realizzato prima. La cooperativa di comunità.

L’idea è quella di contrastare il degrado e l’abbandono partecipando e facendo partecipare i cittadini attivamente allo sviluppo della propria comunità. Il progetto nasce dall’incontro casuale tra Ivan e Giuliano Poletti (già presidente di Legacoop e attuale ministro) a Cefalù, in occasione di un convegno sul turismo responsabile tenuto nel luglio 2010, in cui Stomeo rappresentava Borghi autentici d’Italia (associazione di comuni che hanno a cuore il proprio territorio e praticano politiche di partecipazione e salvaguardia dell’ambiente). Da quell’incontro scocca una scintilla, che si propaga in fretta tra folate di idee contagiose.

A guardare il progetto, in fondo, vien da dire che è semplicissimo. Il Comune affida ad una piccola cooperativa locale e al Dipartimento di ingegneria dell’innovazione dell’Università il compito di effettuare uno studio di fattibilità dell’idea iniziale: installare impianti fotovoltaici da 3 Kw sulle case dei residenti disposti ad affittare il proprio tetto in cambio di energia gratis. Partono successivamente gli incontri pubblici e le assemblee per coinvolgere attivamente i cittadini. Il gioco è fatto. Il 18 luglio 2011, esattamente un anno dopo l’incontro tra il sindaco e il presidente di Legacoop, in piazza San Giorgio, 71 soci fondatori sottoscrivono l’atto costitutivo e lo statuto della prima Cooperativa di Comunità italiana.

Oggi la Cooperativa conta 127 soci e a fronte di un investimento di circa 400.000 euro ha realizzato i primi 33 impianti, per un totale di 179,67 kW installati, che producono energia pulita. Si è creata un’economia virtuosa con l’utilizzato di risorse umane e professionali della piccola comunità del sud: 5 ingegneri per i progetti e la direzione dei lavori, 2 fabbri per la realizzazione dei telai, 7 elettricisti per il montaggio degli impianti.

Il cittadino avrà l’energia gratis per 20 anni e inoltre il riconoscimento del surplus da parte di GSE. L’incentivo, sempre da parte del GSE, che serve in parte a coprire l’esposizione del prestito concesso da Banca Etica, attraverso una cessione del credito, va all’intestatario del contatore, il socio che ospita l’impianto alla Cooperativa di Comunità.

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E poi arriva il bello di questa storia, come se anche tutto il resto non fosse già abbastanza. L’utile della cooperativa viene speso per quel che serve in paese: sistemare una piazza, le strade e i marciapiedi, gli arredi di un parco, o creando nuove opportunità di lavoro (gestione di mense scolastiche, manutenzione del verde…). A decidere non è più la giunta o il consiglio comunale, ma i cittadini che diventano così attori protagonisti della loro stessa comunità. Gli utili delle rinnovabili si trasformano così da bottino privato come spesso è accaduto in questi anni in giro per l’Italia in risorsa pubblica, ritornando alla comunità sotto varie forme.

“Riunirsi insieme significa iniziare; rimanere insieme significa progredire; lavorare insieme significa avere successo” (Henry Ford).

* assessore all’Ambiente, Patrimonio ed Urbanistica del Comune di Colorno (Parma), è coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e autore di diverse pubblicazioni – l’ultimo libro, scritto con Ezio Orzes, è “I rifiuti non esistono. Due o tre cose da sapere sulla loro gestione”, Emi  – e di alcuni blog (tra cui marcoboschini.it).

FONTE: http://comune-info.net/2015/01/comunita/

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