In Friuli c’è la moría delle api: produzione di miele dimezzata

In regione è andato perso il 40% degli alveari: scatta l’allarme. «Serve una strategia regionale» di Nicola Cossar

imageUDINE. La natura siamo noi. Non siamo i padroni (saggi o dissennati) della natura, ma soltanto, una sua molecola, un tassello di qualcosa di più grande e complesso, di più bello, da rispettare, amare e proteggere.

E, se una parte di questo mosaico della vita sta male, tutti stiamo male. Allora non possiamo tacere di fronte al grido d’allarme che viene dal mondo delle api, un “sistema” che rischia di sparire, per una serie di fattori, la maggior parte dei quali riconducibile all’uomo.

I numeri

Il problema è planetario e viene denunciato da anni (anche Obama se ne sta occupando), ma bastano i numeri – tragici – della nostra regione per preoccuparsi.

I 15 mila apicoltori del Friuli Venezia Giulia ci dicono che dalla media di 6 mila quintali annui di miele l’anno scorso siamo scesi a 3 mila e che i 36 mila alveari sono calati – per morte delle api – del 30-40%, con punte addirittura del 70%. Se muoiono le api, si interrompe una catena, anche quella umana (e non fra secoli), allora bisogna intervenire subito: privati e istituzioni.

Le cause

Perché muoiono le api? C’è chi si disimpegna tirando in ballo l’effetto serra. Ma gli apicoltori, più seri, hanno le idee chiare: non c’è una causa, ce ne sono molte. Come i veleni usati in agricoltura, gli interventi chimici e genetici, i parassiti (l’implacabile varroa), l’inquinamento elettromagnetico.

E poi c’è anche il commercio incontrollato di regine che provengono da tutto il mondo, attivato per cercare di contrastare il declino delle attività causato dalle numerosissime perdite di alveari, e il tentativo di industrializzare un allevamento che no ne ha le caratteristiche, ha solamente aggravato la situazione.

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Di più: un recente studio dell’Università di Trieste evidenzia che ci sono tracce genetiche di api da tutto il mondo nelle nostre api. Così un’ape poco adatta all’ambiente in cui si trova a vivere diventa una facile preda per batteri, virus e parassiti.

Ci aggiungeremmo la mancanza di una puntuale informazione, il disinteresse e la rassegnazione. Ma la domanda è: siamo ancora in tempo? Cosa dobbiamo fare? Cosa posso fare io?

I rimedi

Non c’è il rimedio decisivo, assoluto. Ci sono strade, progetti, ai quali tutti siamo chiamati a partecipare. I nostri apicoltori hanno pensato che il primo fondamentale passo sia quello di rendere più forte la famiglia dell’ape con un metodo biologico e biodinamico che le permetta di affrontare il cambiamento senza soccombere.

Concretamente, in provincia di Udine hanno messo in piedi un centro di fecondazione a Pian dei ciclamini, nel Parco delle Prealpi Giulie. Secondo passo: per dirla con Mauro Corona, dobbiamo tornare a inginocchiarci sulla terra, capirla, amarla, aiutarla.

Questo esige una visione nuova (o antica?), che vada oltre il profitto, che pensi in termini di “sistema vita”, più biologico e meno legato alla chimica di sintesi. Terzo passo per aiutare le api: perché non piantare fiori nei terreni incolti? La proposta ha ricevuto plausi ovunque, ma tutto è finito lì. E dire che ci sono tanti volontari pronti a lavorarci!

Infine, il mercato. Non è vero che non possiamo cambiare niente. Possiamo orientarlo, magari verso il meglio. Comprando un certo tipo di miele (quello con certificazione AQuA, per esempio). Acquistando alimenti biologici e biodinamici, prodotti commerciali ecologici, biodegradabili e meno inquinanti.

L’offerta commerciale viene decisa dall’utente finale, imparando a leggere le etichette e preferendo la qualità alla quantità o alla convenienza economica.

Così si aiutano i produttori (specie i locali), e la salute di tutti, comprese le api. Coltivare in modo biologico e biodinamico crea le basi per un’alimentazione salutare, nel pieno rispetto dell’ecosistema.

Il piano di battaglia

Parlare di strategie per salvare le api significa anche ragionare su costi e contributi. La parola all’Associazione per l’Ape carnica friulana: «In questa battaglia la Regione dovrebbe avere il ruolo del generale e il Consorzio quello dell’ufficiale di collegamento: informare, formare, distribuire esperienza e mezzi. È facilmente intuibile che, in questa situazione, i modi e i tempi sono determinanti. L’aspetto importante è quello relativo all’assistenza tecnica e sanitaria da parte dei Consorzi, ora messi in discussione dalla mancanza di finanziamenti da parte della Regione».

FONTE: http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2015/02/28/news/allarme-natura-1.10952181

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