L’economia Gandhiana

L’economia gandhiana costituisce uno dei diversi framework teorici (e, in una certa misura, pratici per quanto le applicazioni siano storicamente forzatamente meno sviluppate della teorizzazione) che prospettano una visione dell’economia fondamentalmente diversa da quella oggi prevalente.

Tra le sue caratteristiche peculiari merita ricordare il carattere non violento che la contraddistingue ma anche la sua notevole articolazione, che si lega ad una visione complessiva della vita dalla quale è inestricabile, prendendone sia elementi fondamentali del quadro di riferimento complessivo sia riferimenti valoriali essenziali.

Inoltre si tratta di un quadro teorico economico abbastanza facilmente integrabile con una serie di visioni dell’economia che ne condividono i presupposti essenziali e invece incompatibile con quelle che muovono da presupposti antropologici, etici e metodologici fondamentalmente diversi. Proprio questa sua peculiarità potrebbe essere di grande interesse (almeno per chi non subisce il fascino del decostruttivismo post-modernista) per riflessioni sulla compatibilità di “pezzi” diversi di riflessioni e visioni del mondo che rimangono in qualche modo parziali (limitate ad alcuni aspetti) e dunque per aiutare a ricollegare in una visione complessiva unitaria teorizzazioni interessanti ma sviluppate in modo autonomo ed a prescindere da collegamenti con altri aspetti delle riflessioni sulla vita e sul modo di porsi nei suoi confronti.

I presupposti su cui si fonda l’economia gandhiana considerano gli esseri umani come soggetti degni di rispetto per loro stessa natura, parte di un’unica famiglia umana, e solo in questo senso “uguali” malgrado le notevoli differenze di ogni tipo che esistono tra di loro; li considerano dotati, oltre che di un corpo e di una mente, anche di una capacità riflessiva e autoriflessiva che ha consentito ad essi di “andare oltre” i limiti della mente stessa e sviluppare una coscienza ed una consapevolezza che – qualunque ne sia l’origine presupposta – non è più semplicemente riducibile al mero funzionamento autonomo delle cellule nervose. Considerano che anche tutte le diverse componenti dell’universo, in quanto dotate di vita, siano un valore in sé (e quindi meritino rispetto) e non solo in riferimento ai servizi che possono rendere agli esseri umani.

Definire estesamente le fondamenta, le ragioni e le implicazioni di questi pochi principi costituisce un lavoro di proporzioni davvero ampissime di cui qui si potrà presentare solo una piccola parte, quella più direttamente connessa ai nostri interessi pratici attuali.

Questo quadro di riferimento ha trova una sintetica espressione nella visione etica (ma è più che solo questo) proposta dalla filosofia dello Yoga (il Dharma), che della economia gandhiana è un fondamento essenziale – anche se spesso dato per scontato e dunque non evidenziato (specie dagli autori indiani). Alcune delle stesse parole chiave dell’economia gandhiana – così come proposte da Romesh Diwan come esito del suo più che ventennale lavoro sui testi gandhiani – sono in origine termini che designano dei principi del Dharma.

Questi principi si trovano (anche se alcune traduzioni poi codificate ne hanno modificato anche sostanzialmente il senso) in realtà nelle proposte etiche di molte tradizioni spirituali e religiose, tanto da essere anche state designate come “filosofia perenne” e aver trovato riconoscimento anche in tradizioni decisamente laiche.

Un aspetto centrale della visione dell’economia gandhiana è il suo riconoscimento di quattro grandi obiettivi della vita di ciascun uomo, che si pongono in stretto ordine gerarchico nella misura in cui per raggiungere (in modo pieno e stabile) gli obiettivi successivi occorre aver conquistato prima quelli che li precedono. Tali obiettivi sono: una vita fondata sul rispetto e sull’etica, il benessere (anche materiale), il senso di raggiungimento (talvolta indicato come piacere inteso in senso assai ampio) e la propria elevazione (umana e/o spirituale).

Questi obiettivi sono declinati da ciascuno in modo diverso nella propria vita, ma le loro forme dipendono, oltre che dalle circostanze storiche e sociali in cui ci si trova a vivere, anche dalle fasi di vita in cui si è (infanzia, età adulta, progressivo ritiro, rinuncia) e dalla propria condizione evolutiva (percorso personale ma di cui si riconoscono alcuni elementi comuni indicativi), che si collega anche alle responsabilità di cui è appropriato farsi carico.

Questa visione etica appare chiaramente di stampo deontologico (lo ha riconosciuto anche il filosofo morale Giuliano Pontara, non violento e gandhiano ma al contempo utilitarista) e si può collegare anche alla visione dell’etica delle virtù (sviluppata da Aristotele) proprio nella sua insistenza sullo sviluppo personale attraverso il processo di elevazione dei principi di riferimento per la propria vita, che richiede lo sviluppo delle virtù personali. In questo senso se è possibile immaginarne una non semplice declinazione (come fa appunto Pontara) con la visione utilitarista universalista di un Bentham o Sidgwich, essa appare in netta contrapposizione con le versioni dell’utilitarismo utilizzate dagli economisti contemporanei, che si caratterizzano invece in modo fondamentale per l’egoismo etico (anche se poi questo dovrebbe portare al migliore dei mondi possibili…).

Essa sembra anche in linea con la concezione dello sviluppo proposta dall’economista indiano Amartya Sen e dalla filosofa statunitense Martha Nussbaum, che (specialmente la seconda) si rifanno esplicitamente alla tradizione aristotelica ed evidenziano il legame tra eudaimonia (il concetto di felicità intesa come il bene più grande a cui aspirare) aristotelica e sviluppo delle capacità personali al fine della propria realizzazione nell’ambito della comunità di appartenenza.

Tra i principi (riassunti nelle 6 parole chiave proposte dall’amico e maestro R. Diwan) dell’economia gandhiana una sorta di priorità logica (a mio avviso) va a quello di autolimitazione (sobrietà), che è in netta contrapposizione con l’assunto di non-sazietà dell’economia tradizionale. Segue quello del lavoro autodiretto al servizio delle necessità proprie e della comunità di appartenenza, che implica il non sfruttamento degli altri e il riconoscimento dell’uguaglianza fondamentale tra gli esseri umani – di condizione e opportunità (sviluppato dal capability approach di Sen) fondati su una chiara definizione del dovere di ciascuno nei confronti degli altri. Questo implica una concezione dello sviluppo in senso fortemente qualitativo e sempre in termini locali e autocentrati (riassunta nel termine, ormai abusato, di swadeshi), senza chiusure autarchiche ma anche senza distorsioni indotte da obiettivi diversi (e/o peggio eterodiretti). L’ultima delle parole chiave fa riferimento al processo democratico-partecipativo di affidamento in gestione fiduciaria temporanea delle risorse comuni a membri della comunità affinché li usino nell’interesse della stessa. Le comunità che Gandhi aveva in mente erano essenzialmente i villaggi, la cui autonomia era per lui elemento essenziale di partecipazione e inclusione, ed è evidente in questo non solo il riferimento alle condizioni dell’India del tempo ma anche al riconoscimento della necessità di mantenere gli aspetti cruciali del modello di sviluppo economico e politico a dimensioni di scala limitate ed a condizioni tecnologiche “appropriate” alla possibilità di gestione partecipata delle comunità locali.

FONTE:http://incontronazionale.economiasolidale.net/leconomia-gandhiana/

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