“Una necessità inferiore dell’esistenza dei più”

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«Il lavoro, […] sforzo diretto all’acquisto di beni economici, non è una cosa nobile, ma una necessità inferiore dell’esistenza dei più, ripugnante essenzialmente alla natura più alta dell’uomo. […]

La misura della nobiltà di tempra di uno spirito umano è data dal modo con cui egli considera il lavoro; tanto è più nobile quanto più lo aborre, tanto è più volgare e bassa quanto più lo idealizza e lo estolle. […]

Supponiamo che dal fondo dell’oceano una conchiglia pensante emergesse per la prima volta alla superficie ed aprisse le sue valve alla luce; supponiamo che essa sapesse di poter rimanere solo per pochi istanti in cospetto dell’universo immenso e variopinto e di dovere poscia ritornare per sempre negli oscuri e misteriosi abissi del mare. Chi oserebbe dire a questa conchiglia che il suo dovere è quello di dedicare quei pochi istanti al lavoro, anziché all’esame ed alla contemplazione del grandioso spettacolo che solo per breve momento le si affaccia? […]

Il lavoro dovrebbe almeno essere eseguito (da coloro che si trovano nella dura necessità di farlo) con la coscienza della sua nessuna importanza, colla coscienza che esso è una schiavitù banale imposta all’anima nostra». (G. Rensi, Le antinomie dello spirito, Piacenza, 1910, pp. 273ss)

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