Un tema per archeologi?

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Il grande scrittore uruguayano ha parlato davanti a centinaia di studenti messicani del Consiglio latinoamericano di scienze sociali arrivati più di nove ore prima che cominciasse per riuscire ad entrare. Il tema era uno di quelli che di solito non si tocca, il lavoro, come dimostra la strage di operai a Dhaka, in Bangladesh, dove il 24 novembre una fabbrica tessile è stata distrutta da un incendio e 112 persone sono state uccise dal fuoco (lavoravano per marchi occidentali), ma la notizia è passata insosservata sui grandi media (quelli italiani inclusi). L’intervento di Galeano è stato ascoltato in profondo silenzio. Ricordatevi di questo testo quando vi capiterà di ragionare di capitalismo, lavoro, crisi e rivoluzione.

Questo mosaico è stato composto con alcuni, pochi, miei testi, pubblicati su libri e riviste negli ultimi anni. Senza volerlo, andando e venendo tra passato e presente e tra temi diversi, tutti i testi si riferiscono, in qualche modo, direttamente o indirettamente, ai diritti dei lavoratori, diritti fatti a pezzi dall’uragano della crisi: questa crisi feroce che castiga il lavoro e ricompensa la speculazione e sta buttando nel bidone della spazzatura più di due secoli di conquiste operaie.

La tarantola universale

Successe a Chicago, nel 1886.

Il 1° maggio, quando lo sciopero operaio paralizzò Chicago e altre città, il giornale Philadelphia Tribune diagnosticò: L’elemento lavorativo è stato punto da una specie di tarantola universale, ed è diventato pazzo da legare.

Pazzi da legare erano gli operai che lottavano per la giornata lavorativa di otto ore e per il diritto all’organizzazione sindacale. L’anno successivo quattro dirigenti operai, accusati di assassinio, furono condannati senza prove in un processo fantoccio. Georg Engel, Adolf Fischer, Albert Parsons e Auguste Spies andarono alla forca. Il quinto condannato, Louis Linng, si era rotto la testa nella sua cella.

Ogni 1° maggio il mondo li ricorda. Col passare del tempo, le convenzioni internazionali, le costituzioni e le leggi hanno dato loro ragione. Ma le imprese di successo continuano a non rendersene conto. Proibiscono i sindacati operai e misurano la giornata di lavoro con quegli orologi contorti che dipingeva Salvador Dalì.

Una malattia chiamata lavoro

Nel 1714 moriva Bernardino Ramazzini.

Era un medico strano, che cominciava domandando: «Che lavoro fa lei?». Nessuno si era reso conto che questo avrebbe potuto avere una qualche importanza. La sua esperienza gli permise di scrivere il primo trattato di medicina del lavoro, dove descrisse – una per una – le malattie più frequenti in più di cinquanta lavori. E provò che vi era poca speranza di guarigione per gli operai che mangiavano fame, senza sole e senza riposo, in officine chiuse, irrespirabili e muffose.

Mentre Ramazzini moriva a Padova, a Londra nasceva Percivall Pott. Seguendo le orme del maestro italiano, questo medico inglese fece ricerche sulla vita e sulla morte degli operai poveri. Tra varie scoperte, Pott scoprì perché la vita dei bambini spazzacamini era tanto breve. I bambini, nudi, strisciavano nei camini, di casa in casa e, nel loro difficile lavoro di pulizia, respiravano molta fuliggine. La fuliggine era il loro boia.

Da buttare

Più di novanta milioni di clienti entrano, ogni settimana, nei negozi Wal-Mart. Ai suoi più di novecentomila lavoratori è proibita l’iscrizione a qualsiasi sindacato. Quando a qualcuno viene questa idea, egli diventa un disoccupato in più. La fortunata società nega apertamente uno dei diritti umani proclamati dalle Nazioni unite: la libertà di associazione. Il fondatore di Wal-Mart, Sam Walton, ha ricevuto nel 1992 la medaglia della Libertà, una delle più alte decorazioni degli Stati uniti.

Uno ogni quattro adulti nordamericani, e nove su dieci bambini, ingollano in un McDonald’s il cibo-spazzatura che li fa ingrassare. I lavoratori di McDonald’s sono da buttare tanto quanto il cibo che servono: li punge la stessa macchina. Neppure loro hanno il diritto di sindacalizzarsi.

In Malaisia, dove i sindacati operai esistono ancora, le società Intel, Motorola, Texas Instruments e Hewlett Packard sono riuscite a evitare questa molestia. Il governo della Malaisia ha dichiarato «union free» – libero da sindacati – il settore elettrico.

Non avevano nessuna possibilità di sindacalizzarsi neppure i novanta operai che morirono bruciati in Thailandia nel 1993, in un capannone sprangato dall’esterno dove fabbricavano i pupazzi di Sesame Street, Bart Simpson e dei Muppets.

Nelle loro campagne elettorali dell’anno 2000, i candidati Bush e Gore erano entrambi d’accordo sulla necessità di continuare a imporre nel mondo il modello nordamericano di relazioni sindacali. «Il nostro stile di lavoro», come lo chiamarono entrambi, è quello che sta segnando il passo della globalizzazione, che avanza con gli stivali delle sette leghe ed entra anche nei più remoti angoli del pianeta.

La tecnologia, che ha abolito le distanze, permette ora che un operaio della Nike in Indonesia debba lavorare centomila anni per guadagnare quello che guadagna un dirigente della Nike negli Stati uniti.

E’ la continuazione dell’epoca coloniale, su una scala mai vista. I poveri del mondo continuano a compiere la loro funzione tradizionale: forniscono braccia a basso costo e prodotti a basso costo, anche se ora producono pupazzi, scarpe sportive, computers o strumenti ad alta tecnologia invece di produrre, come prima, gomma, riso, caffè, zucchero e altre maledette cose per il mercato mondiale.

Dal 1919 sono state firmate 183 convenzioni internazionali che regolano le relazioni di lavoro nel mondo. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, di questi 183 accordi la Francia ne ha ratificati 115, la Norvegia 106, la Germania 76 e gli Stati uniti … 14. Il paese che guida il processo di globalizzazione obbedisce solo ai suoi ordini. Così garantisce sufficiente impunità alle sue grandi corporations, lanciate alla caccia della mano d’opera a basso costo e alla conquista di territori che le industrie sporche possano contaminare a loro piacere.

Paradossalmente questo paese, che non riconosce altra legge se non quella del lavoro al di fuori della legge, è quello che ora dice che non ci sarà altro rimedio che inserire «clausole sociali» e di «protezione ambientale» negli accordi di libero commercio.

Cosa sarebbe della realtà senza la pubblicità che la maschera?

Queste clausole sono meri dazi che il vizio paga alla virtù nella sezione «relazioni pubbliche», ma la sola menzione dei diritti operai fa rizzare i capelli ai più ferventi sostenitori del salario di fame, dell’orario elastico, del licenziamento libero.

Da quando Ernesto Zedillo ha lasciato la presidenza del Messico, è passato a par parte della dirigenza della Union Pacific Corporation e del consorzio Procter & Gamble, che opera in 140 paesi. In più dirige una commissione delle Nazioni unite e diffonde il suo pensiero sulla rivista Forbes: in idioma tecnocratico si indigna contro «l’imposizione di standards lavorativi omogenei nei nuovi accordi commerciali». Tradotto significa: dimentichiamoci una volta buona di tutta la legislazione internazionale che protegge ancora i lavoratori. Il presidente pensionato guadagna per proclamare la schiavitù. Ma il principale direttore esecutivo della General Electric lo dice più chiaramente: «Per competere, bisogna spremere i limoni». E non è necessario chiarire che lui non lavora da limone nel reality show del mondo del nostro tempo.

Davanti alle denunce e alle proteste, le imprese se ne lavano le mani: non sono stato io.

Nell’industria post-moderna il lavoro non è più concentrato. E’ così dappertutto e non solo nell’attività privata. I contrattisti fabbricano i tre quarti delle auto Toyota. Su cinque operai della Volkswagen in Brasile, solo uno è dipendente della società. Degli 81 operai di Petrobras morti in incidenti sul lavoro alla fine del secolo XX, 66 erano al servizio di subappaltatori che non rispettano le norme di sicurezza. Attraverso 300 imprese subappaltatrici la Cina produce la metà di tutte le bambole Barbie per le bambine del mondo. In Cina ci sono sì dei sindacati, ma obbediscono ad uno stato che, in nome del socialismo, si occupa della disciplina della manodopera: «Noi combattiamo l’agitazione operaia e l’instabilità sociale, per assicurare un clima favorevole agli investitori», ha spiegato Bo Xilai, alto dirigente del Partito Comunista cinese.

Il potere economico è più monopolizzato che mai, ma i paesi e le persone competono in quel che possono: vediamo chi offre di più in cambio di meno, vediamo chi lavora il doppio in cambio della metà.

Lungo la strada rimangono i resti delle conquiste strappate in tanti anni di dolore e di lotta.

Le fabbriche di assemblaggio del Messico, del Centroamerica e dei Caraibi – che si chiamano «sweat shops», officine del sudore per qualcosa – crescono ad un ritmo molto più veloce dell’industria nel suo insieme. Otto su dieci dei nuovi posti di lavoro in Argentina sono «in nero», senza alcuna protezione sociale. Nove su dieci nuovi impieghi in tutta l’America latina corrispondono al «settore informale», un eufemismo per dire che i lavoratori sono alla mercé di Dio.

La stabilità lavorativa e gli altri diritti dei lavoratori saranno, da qui a poco, un tema per archeologi? Niente altro che ricordi di una specie estinta?

Nel mondo a rovescio, la libertà opprime: la libertà del denaro esige lavoratori prigionieri della galera della paura, che è al prigione più grande di tutte le prigioni. Il dio dei mercati minaccia e castiga; e lo sa bene qualsiasi lavoratore, in qualsiasi luogo. La paura della disoccupazione, che serve ai datori di lavoro per ridurre i loro costi della manodopera e moltiplicare la produttività e, oggi, la fonte di timore più universale.

Chi è libero dalla paura di finire nelle lunghe code di coloro che cercano lavoro? Chi non ha paura di diventare un «ostacolo interno», per dirlo con le parole del presidente della Coca Cola, che ha spiegato il licenziamento di migliaia di lavoratori dicendo che «abbiamo eliminato gli ostacoli interni»?

E in un mucchio di domande, l’ultima: davanti alla globalizzazione del denaro, che divide il mondo in domatori e domati, si potrà internazionalizzare la lotta per la dignità del lavoro?

Bella sfida.

Un raro atto di buon senso

Nel 1998 la Francia adottò la legge che riduceva a 35 ore settimanali l’orario di lavoro. Lavorare meno, vivere di più: Tommaso Moro l’aveva sognato, nella sua Utopia, ma abbiamo dovuto aspettare cinque secoli perché alla fine una nazione osasse commettere un tale atto di senso comune. Alla fin fine, a cosa servono le macchine se non per ridurre il tempo di lavoro e ampliare i nostri spazi di libertà? Perché il progresso tecnologico deve regalarci disoccupazione e angustie?

Questo mondo insicuro

Ogni 28 aprile, Giorno della Sicurezza sul Lavoro, vale la pena far notare che non c’è nulla di più insicuro del lavoro. Sono ogni volta di più i lavoratori che si svegliano, ogni giorno, chiedendosi: «Quanti di noi sono in esubero? Chi mi comprerà?».

Molti perdono il lavoro e molti perdono, lavorando, la vita: ogni 15 secondi muore un operaio, assassinato in quello che chiamano incidenti sul lavoro. L’insicurezza pubblica è il tema preferito dei politici che scatenano l’isteria collettiva per vincere le elezioni. Pericolo, pericolo, proclamano: ad ogni angolo di strada ci minaccia un ladro, un violentatore, un assassino. Ma questi stessi politici non denunciano mai che lavorare è pericoloso, ed è pericoloso attraversare la strada perché ogni 25 secondi un pedone muore in quello che chiamano incidente stradale; ed è pericoloso mangiare, perché chi si salva dalla fame può soccombere avvelenato dal cibo chimico; ed è pericoloso respirare, perché nelle città l’aria pura è, come il silenzio, un articolo di lusso; ed è anche pericoloso nascere, perché ogni 3 secondi muore un bimbo che non è riuscito ad arrivato ai 5 anni di età.

Storia di Maruja

Ogni 30 marzo, Giorno del Lavoro Domestico, non è male raccontare la storia di una lavoratrice di uno dei lavori meno considerati al mondo.

Maruja non aveva età. Dei suoi anni passati non diceva niente. Dai suoi anni a venire non si aspettava niente. Non era bella né brutta, ne più ne meno. Camminava strascicando i piedi, con in mano il piumino, o la scopa, o il mestolo. Da sveglia, incassava la testa tra le spalle. Addormentata, incassava la testa tra le ginocchia.

Quando le parlavano guardava per terra, come chi conta le formiche. Aveva lavorato nelle case degli altri fin da quanto aveva memoria. Non era mai uscita dalla città di Lima. Lavorò tanto, di casa in casa, senza rimanere in alcuna. Alla fine trovò un luogo dove la trattavano come se fosse una persona. Dopo pochi giorni se ne andò. Si stava affezionando.

Desaparecidos

30 agosto, Giorno dei Desaparecidos:

i morti senza tomba,
le tombe senza nome,
le donne e gli uomini che il terrore ha ingoiato,
i neonati che sono o sono stati bottino di guerra.
E anche:
i boschi nativi,
le stelle nella notte delle città,
il profumo dei fiori,
il sapore della frutta,
le lettere scritte a mano,
i vecchi caffè dove c’era il tempo di perdere il tempo,
il calcio della strada,
il diritto di camminare,
il diritto di respirare,
i lavori sicuri,
le pensioni sicure,
le case senza sbarre
le porte senza serrature,
il senso di comunità
e il buon senso.

L’origine del mondo

La guerra spagnola era finita da pochi anni e la croce e la spada regnavano sulle rovine della Repubblica.

Uno dei vinti, un operaio anarchico appena uscito di galera, cercava lavoro. Dappertutto, invano. Non c’era lavoro per un rosso. Tutti facevano smorfie, alzavano le spalle, gli giravano la schiena. Non si capiva con nessuno, nessuno lo ascoltava. Il vino era l’unico amico rimastogli. La sera, davanti al piatto vuoto, sopportava senza dir nulla i rimproveri della sua moglie beata, donna da messa quotidiana, mentre il figlio, un bambino piccolo, gli recitava il catechismo.

Me lo raccontò, molto tempo dopo, Josep Verdura, il figlio di quell’operaio maledetto.

Me lo raccontò a Barcellona, quando vi giunsi in esilio.

Me lo raccontò: lui era un bambino disperato che voleva salvare suo padre dalla condanna eterna, ma quell’ateo, quel testone, non voleva sentire ragioni. «Ma papà – diceva Josep piangendo – se Dio non esiste, chi ha fatto il mondo?». E l’operaio, a testa bassa, a voce bassissima, disse: «Sciocco». Disse: «Sciocco. Il mondo lo abbiamo fatto noi, i muratori».

(fonte: Pagina 12, pubblicato anche da Rebelion.org; traduzione di Daniela Trollio http://ciptagarelli.jimdo.com/)

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